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Lo sport ha segnato la mia vita sin dalla nascita: come si vede in
un ritaglio locale sono figlio di due ex giocatori di basket (allora
pallacanestro) e soprattutto nipote di un ex giocatore di basket (ai
suoi tempi palla al cesto)!
Molto più conosciuto come giocatore professionista di calcio in giro
x l’Italia, prima e dopo la guerra ad Agrigento, mio nonno la
domenica mattina veniva chiamato a far numero nella squadra di palla
al cesto, senza mai far panchina solo perché si giocava in cinque,
per giunta suddivisi in difensori (che non passavano mai la metà
campo) ed attaccanti.
Lui che era un attaccante nato nel calcio, mancino puro con
trascorsi pure da capitano nel Piacenza, nella palla al cesto si
limitava a picchiare in difesa. Cominciò a giocare con lui anche il
giovane Pantalena, di 10 anni esatti più giovane, che poi è stato il
mio presidente nella Fortitudo!
La Fortitudo Agrigento nacque negli anni cinquanta e ci ha giocato
pure mio padre, che ha smesso presto per studiare e lavorare (molto
bene in entrambi in casi!).
Anche mia madre giocava e si conobbero al campetto dell’epoca, ma
anche mia madre fece l’università fuori sede, a Pisa, ed allora
occorrevano giorni di treno per arrivarvi e comunque era credo già
satura di sport dopo essere cresciuta come figlia unica di uno
sportivo totale che è stato anche unico rappresentante del fascismo
cittadino in diverse gare nazionali di nuoto ( 5° nel famoso miglio
marino a Trieste), ma anche straordinario atleta ( lancio del disco,
corsa campestre, esercizi vari alla sbarra ed i terribili anelli
resi popolari ai giorni nostri da Yuri Chechi).
Anche mio fratello Sergio è stato un buon play x divertimento
durante gli studi liceali, ma durante i suoi pesanti studi
universitari non gli rimase nemmeno tempo di divertirsi con “the
game”.
Gli americani lo chiamano ormai “il gioco”, mentre considerano un
“passatempo nazionale” il baseball, che non ha mai attecchito del
tutto in Italia, mentre “il gioco” piaceva e piace tantissimo agli
italiani dopo il sacro calcio!
Io cominciai col calcio, come schiere di giovani di un quartiere non
proprio raccomandabile come quello della via Madonna degli angeli,
dove abitavo all’ottavo piano di una specie di palazzone con vista,
da una finestra di casa, del campo in terra battuta nel punto dove
ora sorge lo spiazzale asfaltato di piazzale Rosselli ( da dove oggi
partono ed arrivano i bus per tutta la Sicilia ).
Quel campo si chiamava la Gil e vi confluivano i giovani dei
quartieri vicini. Praticamente allora si cresceva per strada, mia
madre dalla finestra poteva solo intravedere se non arrivava polizia
o se c’erano risse, ma nel complesso mamma era tranquilla perché un
giorno su due alla Gil c’era mio nonno che nell’anello in terra
battuta che circondava il campetto allenava le sue ragazze della sua
società di atletica leggera (fondata subito dopo aver smesso col
calcio a 38 anni)
La mia fortuna è stata crescere per strada ma con una certa
educazione in casa; non vanno bene secondo me quei bambini cresciuti
troppo bene ma nemmeno quelli troppo liberi: ci vogliono degli occhi
per vedere il resto del mondo e degli occhi per vedere come vanno i
tuoi genitori, poi tocca a te scegliere, ma quei ragazzi cresciuti
con me sono tuttora gli unici veri amici che ho anche se hanno preso
strade diversissime dalle mie, alcuni forse nemmeno potevano
scegliere e si sono persi ma altri lavorano onestamente e valgono
molto di più di qualunque ragazzo nato con la strada in discesa.
Ho ricordi inesistenti della scuola media perché ero sempre in
strada, non avevo una gran voglia ed allora un po’ l’insistenza di
mia madre, un po’ la conoscenza di amici che avevano visto belle
ragazze al circolo del tennis, decisi questa avventura tennistica
con scarsa costanza sia come durata sia come divertimento. Per farla
breve mi mancava lo sfogo agonistico dello sport di squadra ed il
destino ci mise lo zampino facendomi conoscere, sempre al circolo
tennis, l’istruttore Pippo Miccichè, che era un appassionato di
basket e soprattutto conobbi un ragazzo arrivato da Catania, un
mancino molto forte che poi scoprii era un mio lontano cugino, Gigi
Tropia.
L’istruttore di tennis segnalò a me e Gigi la possibilità di
cominciare un corso di basket, a 13 anni compiuti e dopo aver visto,
personalmente, non più di due partite dal vivo e solo per caso.
Probabilmente la bravura dei miei genitori, da sempre appassionati
del basket, è stata quella di non forzarmi mai e forse, anzi
sicuramente, amo ancora il basket per questo motivo.
Cominciammo in una scalcinata palestra in periferia dove giocavano
sia Porto Empedocle che Agrigento, quasi subito adibita ad aula
bunker per i processi alla mafia e, data la più che valida ragione,
migrammo in altre palestre scolastiche e quasi subito nel Palazzo
dello sport nuovo di zecca inaugurato con un torneo internazionale.
Nostro coach era Lillo Falauto, play della locale Fortitudo,
classico giocatore tutto fondamentali e quindi perfetto per dei
giovani che cominciavano da zero, perdemmo le prime partite in
provincia anche di 30 o di 50 punti ma in soli due anni arrivammo a
sbancare il campo impossibile dei pari età empedoclini, una città
dove tutti crescono con la palla a spicchi in mano dalla nascita.
Anni dopo, la crescita della prima squadra vide di riflesso un
settore giovanile molto più organizzato con la disputa di un
campionato juniores nazionale, durante il quale sfidammo anche il
Reggio Calabria del neoarrivato in Italia Sconochini, stella
dell’Argentina x tanti anni a venire e milanese d’adozione, col
quale poi cementai una simpatica amicizia all’ombra del Duomo.
In quegli anni come coach succedette a Lillo il fratello fu poi mio
compagno in prima squadra: si chiamava Aldo e, mai come questa volta
purtroppo il passato è d’obbligo, forse troppo veloce per restare
tra i mortali del basket.
Tra gli amici del basket scomparsi, impossibile non ricordare
Alessandro Taibi, ragazzo bravissimo a scuola e concentrato anche in
palestra pur mantenendo uno splendido atteggiamento di modestia con
chiunque, lui che era forse il miglior tiratore mai visto piedi a
terra, mia riserva sia nella squadra liceale che nella Fortitudo
giovanile. Forse unico di quella nidiata di ragazzi a dominare a
scuola senza nemmeno studiare tanto, fratello di un grande di nome
Giuseppe di cui invito solo a vedere il sito
www.giuseppetaibi.com x capire che famiglia di geni sono!
Per un male canaglia, mentre era sotto gli esami di stato,
Alessandro cominciò a sottoporsi a pesanti terapie prima di
arrendersi un paio d’anni più tardi.
Io ero entrato in prima squadra a metà del terzo anno di liceo e
quell’anno feci tanta panchina x imparare da una guardia ancora più
piccola di me che non ci sono limiti se ami il gioco e ti alleni
sempre: è Tano Mancuso che poi ha giocato ancora a quarant’anni
passati nella sua Gela.
Anno successivo Tano non c’era più ma c’erano due guardie agli
antipodi da copiare e tenere sottopressione in allenamento: Dario
Provenzali e Carlo Naselli.
Sotto coach Valentinetti, che giustamente merita un sito tutto suo (www.tonyvalentinetti.it),
ho trascorso anni di lavoro duro ma esaltante: era il mio quarto
anno di liceo quando vincemmo il campionato di serie C in un arrivo
in volata all’ultima giornata di 3 squadre!
Poi il successivo ed ultimo anno di liceo contemporaneamente feci
B-2, la juniores e la squadra liceale! Fui salvato da un’occupazione
scolastica di 2 mesi strategicamente terminata alla fine di Febbraio
quando si giocava il torneo di Carnevale, ovvero il nostro
seguitissimo torneo studentesco che quell’anno vincemmo alla grande
davanti a 2000 spettatori. Qui mi piace ricordare la presenza al mio
fianco dei coetanei più forti che si erano sobbarcati il doppio
impegno prima squadra-juniores cioè Alessandro Bazan e Alberto
Gualtieri.
Nello special “playground italiani” vedete la successione dei miei
anni milanesi con i ritorni ad Agrigento x le vacanze, mentre nei
racconti dei viaggi vedete come ho mescolato la mia curiosità di
viaggiatore cercando di imparare gli sport tipici del posto che
visitavo.
Totalmente immerso nella vita milanese, al quarto anno di università
(a.a. 1994-95), da Agrigento mi chiedono di fare il decimo in una
B-2 fino al mercato di dicembre ( chiesi a dei colleghi milanesi di
prendere appunti per me all’università perdendo la sola sessione di
esami di dicembre ’94).
Tornai in prima squadra ancora 3 anni dopo totalmente incapace di
rigiocare 5 contro 5 dopo anni di playgrounds, sicuramente anche
molto più lento fisicamente e soprattutto con la testa ad altri
sports, su tutti la maratona di New York che stavo preparando per il
dopo laurea.
Chiusi con la Fortitudo dopo oltre 300 partite ufficiali tra
cadetti, juniores e prima squadra in un decennio. Pensai a dare le
ultime materie e mi laureai a luglio. Come progettato, dopo 3 mesi
di allenamento corsi la maratona di New York.
Il 2000 è stato l’anno del giro del mondo. Dal 2001 in poi comincio
ad avvicinarmi alla Romagna pur cominciando a fare da vicecoach ad
Agrigento in serie C; con la mia allora ragazza ed attuale moglie
troviamo casa in pieno centro ad Imola dove, guarda caso, sono tutti
malati di basket!
Mi diverto ad allenarmi con degli amatori dalle parti del paesino di
Toscanella in questi anni, ma solo una sera settimanale qualche ora
la passo anche in piscina o in sala pesi ma irrinunciabile correre
la domenica, ed altri giorni se ce la faccio, nel bel parco imolese
teatro del famoso gran premio di Formula Uno. Dopo aver cominciato
da vicecoach nel 2002 nella mia città natale, da un paio di anni
alleno nel settore giovanile dell’Andrea Costa Imola dopo aver
effettuato il corso di allenatore a Bormio.
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