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United States of America 2008.
Un viaggio sognato e vissuto mentalmente varie volte è riuscito nella realtà a diventare addirittura molto più bello di quanto già mi aspettassi grazie ad una serie di fattori straordinari, in parte cercati ed in parte trovati strada facendo.
A-Fattori previsti e confermati:
1-le eccezionali condizioni climatiche: nel sud degli USA in primavera non trovi né troppo caldo né troppo freddo e stai però sempre in maniche corte, dato che appunto siamo rimasti nel sud degli USA ed a Miami e Phoenix qualche volta siamo già sul caldo tipo Agosto da noi (non oso pensare agli americani che ci vivono nel loro mese di Agosto).
2-la logistica degli spostamenti: dopo aver letto tanti siti di viaggi in questi posti e conoscendo la straordinaria capacità delle infrastrutture americane x il viaggiatore, mi rendo conto ancora una volta che gli USA sono grandiosi x viaggiare…. e forse meno x vivere.
B-Fattori auspicati ma che necessitavano di una conferma aiutata dalla fortuna:
1-viaggiare per la prima volta con mia figlia, di 9 mesi: aveva già preso 4 aerei (ma solo in Italia) prima di questo viaggio, ed ovviamente era un viaggio di tutt’altro impegno, ricevendone in cambio una straordinaria capacità di adattamento a qualunque variabile temporale e climatica che fa ben sperare x il suo futuro.
2-la tenuta di strada, o meglio (data la linearità delle strade americane) più che altro la resistenza a temperature talvolta già elevate x il nostro viaggiare spesso in pieno giorno, x quella che era una macchina piccola.
La Kia spectra con l’americanissima compagnia di noleggio Alamo, pagata online al 40% circa 3 mesi prima, non ci ha deluso specialmente in strade che (pur sempre conosciute x via dei parchi) erano x lunghe tratte assolutamente deserte.
Non ho mai detto ad Adriana, ma l’ho pensato spesso: “cosa avrei fatto x un’emergenza?” dato che verifico solo già in USA l’unica info sbagliata-o forse cambiata -cioè che il cellulare “dovrebbe” prendere in quasi tutto il midwest!
Prima di lanciarmi nel racconto-diario premetto anche che mentre sulla tastiera seguirò fedelmente il resoconto delle giornate, invece nella sezione fotografica dell’intero viaggio vedrete insieme (per un minimo di continuità visiva con la stessa città) le foto di Miami e della Florida, le quali nella realtà sono distribuite nei primi due giorni del viaggio e negli ultimi 4 giorni.
Poi lo stesso ho fatto con le foto di Las Vegas, che è stata tappa iniziale e finale del nostro giro del midwest, rispettivamente al terzo giorno ed al quintultimo dell’intero viaggio.
Questa precisazione mi porta ad una seconda ed ultima premessa prima di iniziare il diario: x arrivare nel midwest ero obbligato ad usare la stessa città americana sia di andata sia di ritorno da Miami in quanto eravamo nella tratta interna americana con un biglietto premio regalato da mia cugina Tiana con le sue miglia della AA, ovvero la American Airlines; il matrimonio in Arizona di Tiana è stata l’occasione x sviluppare il resto del nostro viaggio.
Le regole, sia in Italia che in USA, dei biglietti premio aerei, dicono che x la tratta nazionale andata e ritorno devono coincidere, altrimenti avremmo potuto fare un ritorno su Miami da Phoenix, quest’ultima era la tappa finale del nostro Las Vegas-Phoenix in macchina.
Da un punto di vista lavorativo perdo in realtà meno di 2 settimane, perché di sabato ed ovviamente pure domenica la mia azienda è sempre chiusa, ed inoltre ci sono ben due “ponti” di fila tra fine aprile e primi di maggio: la bimba x il suo biglietto scopriamo che deve pagare il 10% di una tariffa intera con Alitalia, ed era così del resto anche coi voli nazionali della Meridiana da e x la Sicilia, ma nelle tratte americane viene inclusa completamente gratis coi genitori (lo stesso dicasi x gli alberghi).
MIAMI
All’arrivo togliamo i panni di fine inverno italiano e passiamo direttamente a quelli estivi: pur essendo partito molto raffreddato alle 10 di sera sono ancora in bermuda e maglietta quando andiamo a dormire dato che x noi sono già le 4 di notte nel nostro “orologio biologico” e ci siamo alzati alle effettive 5 di notte in Italia x venire sin qui…abbiamo fatto una lunga passeggiata sul famoso lungomare conosciuto come Ocean drive di Miami e cenato in un pub messicano!
L’indomani ovviamente senza sveglia, ma già alle 6 del mattino siamo in piedi dato che x noi è mezzogiorno (ci si adatta al fuso orario locale dopo 2-3 giorni); la colazione è inclusa, cosa che non capita spesso negli alberghi di Miami, e ci ingozziamo dei primi muffins americani senza distinzioni di gusti: alla fine sono sempre gli stessi 4 o 5 gusti in tutto il paese!
Scopriamo che nella prima parallela di Ocean drive, cioè Collins avenue dove stiamo noi al Claremont (albergo strapieno di giovani, ottimo rapporto qualità-prezzo) proprio di fronte abbiamo l’hotel superlusso Delano del quale visitiamo l’elegantissima piscina, ed un po’ più su nella stessa via vediamo l’hotel Setai, col suo stile orientale che ne fa nettamente il migliore in assoluto di Miami.
Questi due alberghi costano circa 450/500 E a notte, mentre x TUTTO il mio viaggio x dormire ho speso 1013 E x 20 giorni alla media quasi esatta di 50 E a notte (hotel più costoso a Las Vegas il simil-egiziano “Luxor” a 70 E, hotel meno costoso il “Motel super 8” a Cortez in Colorado a 32 E, quest’ ultimo peraltro si è rivelato di qualità superiore ad almeno altri 4-5 motels da circa 40/45 E
sempre in due e non a persona!!), x giunta TUTTI con la colazione compresa, che ti porta anche a fare pranzi veloci e leggeri, ideale in viaggio…
Potenza dell’Euro sul dollaro USA.
Ce ne accorgiamo dai prezzi nelle vetrine mentre torniamo in Ocean drive con centinaia di persone che sono in spiaggia nonostante la giornata feriale del 22 Aprile: secondo me metà sono turisti europei o asiatici e metà disoccupati o pensionati americani, che storicamente scendono a frotte in Florida dal nord degli USA.
Passiamo davanti L’UNICA casa dell’intero lungomare ( x il resto pieno di alberghi, negozi e ristoranti): tale edificio su due piani è Casa Casuarina ed era di proprietà dello stilista Gianni Versace, che qui davanti fu ucciso da uno squilibrato nell’estate del 1997…pranzo sempre molto spartano e “volante” dopo che ti abbuffi alla colazione da noi ribattezzata come certi buffet “all you can eat”(tutto quello che puoi mangiare) e andiamo un po’fuori da Miami Beach x entrare in downtown alla splendida dimora di Vizcaya, confidando nell’aria condizionata americana o quantomeno in un tetto x sfuggire alle ore più calde della giornata: si tratta di un’antica casa assolutamente deliziosa negli interni e nella posizione di fronte l’oceano.
Nel tardo pomeriggio ci facciamo lasciare nell’incantevole Bayside market, che è la solita “mall” di esercizi commerciali all’americana, ma disposti in un complesso a due piani anch’esso sull’oceano e con la solita creatività, fantasia e calore che l’infinita popolazione di origine ispanica ha regalato a Miami; x tale motivo è una città americana all’esterno ma molto latina nell’anima.
Trovare in tale “mall” l’immancabile ristorante a tema di Forrest Gump di fronte un secolare ed enorme albero circondato da un elegante passerella in legno non è come trovare lo stesso identico ristorante lo scorso anno completamente fuori posto in cima alla collina di Hong Kong in Cina.
Mia figlia Elena comincia ad abituarsi al pranzo “tutto compreso” in una confezione che riscaldiamo ogni volta nel microonde del bar o pub di turno, è invece un po’ più complessa la cena perché dopo aver portato 20 barattoli di pranzi non potevamo appesantirci con altrettanti x la cena, e si andava su un piatto preparato mescolando acqua calda, passato di verdure e crema di multicereali (o di semolino).
Ci portiamo soltanto un paio di cene “tutto compreso” in un solo barattolo, convinti che comunque con più tempo a disposizione la sera saremmo riusciti a personalizzarle meglio la cena.
Dopo aver mangiato a metà i primi giorni perché non conosceva la nuova pappa, dal secondo giorno in poi non ha mai rifiutato niente; avevamo con noi pure le confezioni di frutta e yogurth x le sue merende ringraziando Adriana che ha insistito x farmi portare pure quelle dall’Italia.
L’America sarà fornitissima di tutto x i bambini, ma ti fa troppa impressione vedere combinati formaggi e frutta nello stesso barattolo, x non dire dell’insuperabile barattolo di burro d’arachidi x bambini al massimo di un anno!
PS riparlerò di Miami anche come ultima città di questo viaggio.
LAS VEGAS
L’indomani volo American Airlines da Miami x Las Vegas, come sempre andando verso ovest i voli durano di più (alla fine saranno 5.20 h. di andata, e 4.40 h. di ritorno 2 settimane dopo; mentre con Alitalia Roma-Miami è durato 11 ore di andata e 9.30 ore di ritorno); arrivati nella capitale mondiale del gioco d’azzardo prendiamo la macchina a noleggio e ci dirigiamo al nostro albergo, che è il secondo della famosa “strip”, la strada centrale di Las Vegas il cui incrocio tra Las Vegas boulevard e Tropicana avenue è il più affollato degli interi USA.
Ma noi vedremo la strip solo al ritorno dal nostro giro dei parchi del midwest, in quanto stasera arrivati solo x cena, ci concentriamo esclusivamente sul nostro enorme albergo; è il più vicino a Disneyland dell’intera Las Vegas nella sua pretesa di ricostruire il mondo egizio, compresa una tomba in oro puro di Tutankamon, una sala buffet sotto lo sguardo rassicurante di diverse sfingi minori di quella enorme posta all’ingresso ed il più grande fascio di luce sparato in aria, che è visibile persino dallo spazio!
L’indomani mattina si parte con le prime 2.30 h. di viaggio in macchina che ci fanno lasciare lo stato del Nevada x entrare nello Utah, portando avanti di un’ora il fuso orario che ci accompagnerà fino in Arizona (dove torneremo al fuso di Las Vegas, pur essendo l’Arizona ufficialmente in quello del midwest ovvero dello Utah, ma l’Arizona da metà Aprile a fine Ottobre non adotta l’ora legale…).
Ricordo che invece Las Vegas ci aveva portato all’ultimo fuso orario degli USA (escludendo Alaska e Hawaii), ovvero meno 3 ore da Miami e l’intera East Coast USA, a loro volta a meno 6 dall’Italia
PS riparlerò di Las Vegas anche come terzultima città di questo viaggio.
ZION NATIONAL PARK
Usciti da Las Vegas imbocchiamo l’interstate 15 e ci dirigiamo verso Zion, uno dei cinque grandi parchi dello Utah, e questi parchi li vedremo tutti e 5! Già durante il viaggio si incontra il bellissimo red rock canyon che si costeggia in auto, fermandosi talvolta x una foto.
Entriamo a Zion prendendo la hwy-9 attraverso il paese di Hurricane.
Appena passata Hurricane il paesaggio diventa tutto rosso, ci sono anche i villaggi dei pionieri (ovviamente e rigorosamente falsi)
Creato da milioni di anni di evoluzione geologica, il Zion National Park è caratterizzato da enormi lastre verticali di sabbia rocciosa pietrificata che si innalzano per oltre 350 metri dal fondo valle i cui campi erbosi e abissi di rocce rosse sono bagnati dal Virgin River (vi spiegheranno tutto i ranger al visitor center, se vi interessa.).
Noi facciamo sosta a tutti gli stop delle navette (gli autisti forniscono costantemente informazioni sulle bellezze del luogo) ed è anche possibile vedere dei castori e degli scoiattoli. Al pomeriggio scarpinata lungo l'Emerald Pools trail a vedere delle piccole cascate e poi di nuovo navetta fino alla fine del parco al lookout chiamato Sinawava Temple.
La maggior parte dei percorsi all'interno del parco possono essere fatti da soli e non necessitano di una guida (potete ritirare l'elenco direttamente al Visitor Center), perciò tutto ciò che dovrete fare è godervi la passeggiata.
Sicuramente questo non è un parco da turista "mordi e fuggi" ed andrebbe apprezzato con soggiorni di più giorni con camminate o gite in mountain bike x cui se rimanete nel parco un giorno solo dovrete, come noi, fare una scelta e vedere solo alcune cose.
Come detto è il primo di una lunga serie di National Parks del nostro viaggio: nella mia vita ne ho visti in totale 18 dei 51 national parks ufficiali americani, però nelle decine di “state parks” il pass di cui parlerò non vale….
Chi ha intenzione di vedere come noi almeno 7 o 8 “parchi nazionali” può ammortizzare la spesa facendo un pass annuale ad 80 $, circa 50 E, che è valevole x tutti gli occupanti della singola macchina di colui che appone la propria firma al pass.
Al sottoscritto nei parchi successivi è stato sempre chiesto un documento che certificasse l’appartenenza del medesimo pass (è pure consentito aggiungervi un secondo nome, che in futuro potrebbe essere il conducente)…si tenga conto che qualunque parco da solo costa almeno 10 $, x giunta a persona e non a macchina come nel caso del pass annuale!! Zion park ha diverse soluzioni x dormirvi nelle vicinanze, ma una sola all’interno, il nostro bellissimo lodge incastonato nella natura che va obbligatoriamente prenotato almeno 3 mesi prima, altrimenti non solo il costo salirebbe oltre le nostre 65 E, ma lo trovereste già esaurito almeno due mesi prima: l’ingresso alle macchine sino a metà del parco è consentito solo a chi esibisce sul cruscotto un pass che assicura il pernottamento al lodge.
Per il resto tutti i turisti dormono in varie soluzioni sparse prima del visitor center: da qui possono proseguire solo con le navette di cui parlavo prima, che a rotazione lasciano ai vari lookout (punti panoramici).
Dato che la maggior parte dei lookout sono dopo il nostro lodge, anche noi partendo dalla fermata a 30 metri dalla nostra stanza con superba visuale sfruttiamo le navette gratuite e piene di persone col naso all’insù durante i piccoli spostamenti e che scendono spesso x farsi uno dei tanti trails (sentieri), riprendendo le navette successive.
Resterà il nostro unico parco percorribile solamente con le navette, x le sue ridotte dimensioni che ne vietano l’uso alle macchine, ma incredibilmente è stato forse il più vario a livello di fenomeni geologici e naturali.
La cena è quasi obbligatoria nel bel ristorante al piano rialzato del lodge, già a Miami avevamo apprezzato le leggendarie steaks (bistecche) americane, e da ora in poi ci aggiungiamo anche la sorprendente varietà di insalate americane e straniere presenti in ogni menù (finalmente sono senza pasta, che io amo, ma prendendola tutti i giorni x tutto l’anno direi che all’estero ne posso fare a meno!); infine pesce e latticini sono altre cose eccezionali in America…terra che fondamentalmente consente di mangiare come vuoi x le sue disparate origini che hanno portato tutte le cucine del mondo ad essere qui presenti.
Unica nota x chi si fa più o meno il nostro viaggio del midwest: scordatevi gli USA aperti 24 h. su 24 delle grandi città, dato che in un paio di cittadine abbiamo dovuto riparare sulle catene più note dei fastfoods già alle 21 di sera ( e lì vi sconsiglio gli hamburghers ma riabilito il mitico pollo americano, che addirittura ha una catena tutta sua cioè quella di “Kentucky Fried Chicken”, onnipresente nel resto del mondo, e più avanti vi parlerò anche di “Hooters”).
Per qualunque europeo ed italiano in particolare la catena alimentare che raccomando di più è quella nota come “Subway”: scegli da ingredienti molto europei esposti davanti a te come farti panini e sandwiches da 5 diverse tipologie di pane dove mettere dell’insalata, o del pomodoro, o ancora tutti tipi di formaggi e di carni tenere finemente tagliate a fette, io ci aggiungo anche le carote tritate (a proposito di quest’ultimo ingrediente, rende una sublime arte l’unico dolce x il quale faccio follie anche in piena notte nelle metropoli sempre aperte, ovvero la carrot cake, servita in USA con della glassa bianca sopra…).
Io ho persino una carta fedeltà di Subway con la quale in 20 anni d’America ho accumulato tanti punti che ho convertito in buoni spesa nella medesima catena!
L’indomani attraverso una delle più belle highway d’America, la “scenic hwy-12” arriviamo al Ruby’s Inn poco prima dell’ingresso del Bryce canyon Nat. Park: l’ingresso del Ruby’s è originalissimo pur facendo parte di una nota catena mondiale di hotels (Best Western), mentre invece ogni altra singola catena di motels in USA ripete sempre le sue caratteristiche x chissà quante città in 50 stati…
Qui al Ruby’s Inn ancora una volta l’annesso ristorante x la serata è ottimo, anche se quello che colpisce di più è l’immenso negozio annesso di souvenir!
In USA a momenti pure i cessi pubblici vendono i loro gadget rappresentativi, ma nel caso del Ruby’s Inn si tratta di un vero e proprio negozio (superiore persino al negozio del visitor center del parco) che mescola ad artigianato indiano tutto l’americanissimo necessario x il trekking di una catena d’abbigliamento nota anche in Italia, la Columbia, con la perla finale che tutte le scarpe di tale marca sono messe all’angolo della stessa enorme sala ove si trovano tutti gli…alimentari!!
Fa impressione vedere un autentico supermercato interno, con l’immancabile forno a microonde ove tutti mangiano già sul posto un veloce pranzetto, e a mezzo metro la gente che si prova le scarpe da trekking esibendo calzini che hanno visto diverse camminate non esattamente pedonali…
BRYCE CANYON NATIONAL PARK
Entrati nel parco ci addentriamo nella pineta verso Bryce Point e non immaginiamo il panorama meraviglioso che si staglia al di là di quei pini.
Mano a mano che ci avviciniamo al margine del canyon, si scorgono gli enormi anfiteatri di guglie rocciose!.
Numerosi sono i punti panoramici disseminati lungo il plateau rim di 18 miglia (circa 30 km interamente percorribili in macchina, scendendo dove vuoi): dal Rainbow point a 2778 mt. dove vediamo le uniche sporadiche tracce di neve del nostro viaggio, e siamo sempre in maglietta e bermuda col solito sole meraviglioso, al Ponderosa Canyon, al Natural Bridge(ponte), all'Inspiration Point fino al più celebre e già citato Bryce Point; ovunque lo spettacolo è mozzafiato.
Anche qui lungo il margine del canyon e a valle vi sono numerosi sentieri per passeggiate e escursioni, tutto dipende dal tempo che avete a disposizione! Vedo dall’alto il navajo loop trail, che molti cominciano al tramonto scendendo all'interno del canyon su un percorso ripido e faticoso, ma senza dubbio indimenticabile x chi lo fa.
Bryce canyon Nat. Park registra un uso improprio della parola canyon rispetto ai prossimi canyons che vedremo in altri parchi: la sua zona più visitata è in realtà nota come the amphitheater, dove circa 5000(!!) formazioni rocciose di rocce note come hoodos (camini) hanno queste caratteristiche forme e spettacolari colori; i lookout sono così spettacolari che non ti manca minimamente non fare neanche un trail.
Sentieri così impegnativi e tendenti al basso con consequenziale faticose risalite forse x questo danno l’aggiunta “canyon”: probabilmente non li farei neanche se non avessi la giustificazione di essere col passeggino di mia figlia (mentre invece al primo parco, Zion, come detto qualche trail facile siamo riusciti a farlo)…
L’indomani a livello chilometrico è la giornata più pesante, x tale motivo ho previsto 2 notti a Moab, praticamente l’unica città di una certa grandezza in tutta questa successione di parchi.
Al Ruby’s Inn faccio il primo pieno di benzina, sinora ho percorso 350 miglia praticamente sempre alla stessa velocità americana (75 miglia all’ora, cioè 110 km orari), quindi con un pieno di 40 $, cioè circa 26 E, si fanno 560 km!!!
PS ALLA FINE L’INTERO VIAGGIO E’STATO DI 1650 MIGLIA, ovvero 2650 KM.
Ho fatto 5 pieni e speso 200 $, ovvero 125 EUROOOOO (roba da comprarsi una bicicletta all’istante x andare a lavorare tutti i giorni in Italia!)
La strada che ci porta al parco giornaliero è sempre la “scenic h-way 12”, conosciuta anche come UT12 e sono circa 220 miglia ai limiti dell’irreale x colori e forme!
Questa successione di rocce rosse ai lati e di sconfinati spazi all’incrocio con la UT24 curva quasi ad angolo retto verso est x trovarsi di colpo al…
CAPITOL REEF NATIONAL PARK
Qui Elena fa il suo bravo pranzetto in una casetta d’altri tempi, la Gifford house che vi raccomando assolutamente, posta poco dopo il minuscolo visitor center.
Discreta la presenza dell’immancabile microonde x la sua pappina e nel mentre noi genitori mangiamo il cibo più biologico e sano forse dell’intero viaggio: ci hanno venduto latticini e dolci fatti in casa.
Da qui parte una “scenic drive” pavimentata di alcuni km, ma dopo una ventina di km si va solo coi fuoristrada, quindi si torna indietro a riprendere la “UT24” con la quale attraversi il resto del parco ammirando fiabeschi scenari quasi tutti disposti lungo il fiume che bordeggia l’intera strada fino alla fine del parco. Sorprendenti in particolare i diversissimi colori delle rocce.
Ci sarebbe anche un arco naturale di roccia da vedere, ma sappiamo che nel prossimo parco vedremo soltanto…archi!
Quindi andiamo avanti anche perché fa calduccio e siamo in pieno giorno, cosicché rimaniamo all’aria condizionata della macchina ed ammiriamo i paesaggi incontrati, lasciando dopo un po’ la UT24 e procedendo verso Green River sulla I-70, che taglia trasversalmente la parte meridionale dello Utah.
Sulla UT24 bbiamo visto paesaggi da America On The Road: indimenticabili!
La zona è tutta un canyon e l'Interstate segue le asperità del terreno (qui evitano l'uso dei viadotti ciclopici in uso in Europa, anche se stranamente non disdegnano di sventrare i canyon piuttosto di fare dei tunnel... boh!), in fondo alle lunghe discese (che possono essere lunghe anche Km!) ci sono delle vie di fuga (runaway trucks ramp) x i trucks (camions) che possono perdere l'uso dei freni in queste discese interminabili!
Lasciamo le nostre 25 miglia scarse di I-70 e ci spostiamo sulla I-191 dirigendoci verso Moab; mano a mano che vi avvicinate, osserverete che il paesaggio cambia, dal deserto rosso si stagliano alcune formazioni sabbiose che diventano sempre più distinte: picchi, vette, guglie, rocce in bilico, e finalmente, gli archi.
Sulla I-191 ci sono parecchi cartelli stradali che invitano alla prudenza in caso di tempeste di sabbia e di "flash floods" le piene improvvise che possono capitare dopo i tremendi temporali che si scatenano da queste parti. La potenziale violenza degli eventi naturali in questa zona degli Stati Uniti ci lascia alquanto perplessi.
Arrivati a Moab notiamo le tante opportunità di fare sport (canoa, mountain bike, trekking). Insomma una cittadina un poco più europea di tante altre incontrate...
Il Colorado River scorre in questa regione e se ne può approfittare x delle belle discese di rafting.
Qui gli indigeni sono più amichevoli (nel resto dello Utah appena percepiscono il tuo accento straniero ti guardano strano, e, ignoranti come capre quali sono, non sanno neppure da che parte del mondo venite quando glielo spiegate!).
Qui a Moab troviamo di colpo una cagnara cittadina acuita dal fatto che è sabato sera e che c’è una specie di sfilata di macchine d’epoca che fanno un baccano d’inferno; fortunatamente il nostro “Gonzo Inn” al di là del nome ridicolo so già che è uno dei più tranquilli e carini di Moab, si trova nella prima parallela della via principale dove andiamo a cena in un localaccio simil western!
E’l’unica parvenza di città del sud dello Utah x la vicinanza a due parchi enormi e caratteristici come…
ARCHES NATIONAL PARK
Arches è un luogo dove acqua, ghiaccio, temperature estreme e il movimento del sale sotterraneo hanno scolpito più di 2000 archi di roccia, dai più piccoli (90 cm.) al più grande (il Landscape Arch con un'apertura di 90 metri).
Cercate di essere dentro il parco per l'alba (noi dormivamo a sole 5 miglia quindi siamo arrivati abbastanza presto) le rocce rosse risaltano parecchio.
Il parco è famoso per i suoi archi di roccia e per le dune pietrificate. Se avete tempo potete fare tutti i sentieri che volete perché sono abbastanza facili, ma tenendo conto che anche qui fa parecchio caldo durante il giorno.
Lo visitiamo tutta la Domenica facendo anche un trail più impegnativo degli altri come quello soprannominato del “giardino del diavolo” e poi restando incantati da un arco all’altro disseminati x il parco, con tanto di clamoroso sfondo di montagne innevate molto in lontananza.
Abbiamo con noi le creme da sole e x fortuna i vari lookout sono abbastanza lontani tra di loro cosicché è obbligatorio raggiungerli con la macchina (qui ed al successivo parco non ho visto traccia di navette, o non ci ho fatto caso) e ci spariamo l’aria condizionata a palla tipica d’America, cioè al massimo.
La bimba è vestita da perfetta ranger(!!) e la gente che se la vede passare accanto si diverte vedendola sotto il suo fido ombrellino arancione in tinta col secondo colore del nostro passeggino, che di base è grigio.
Sono già alla quarta o quinta variante d’insalata x pranzo, con questo caldo e le solite robuste colazioni del motel non se ne parla di pranzare pesantemente, piuttosto si registra un gran consumo di liquidi tra cui la mia amata pink lemonade.
L’indomani l’ultimo dei 5 parchi dello Utah ci immetterà dopo verso il Colorado (inteso come stato, e non come il mitico fiume).
CANYONLAND NATIONAL PARK
Il parco è molto vasto ed è composto da tre zone principali: Island in the sky, Needles e The Maze (ovvero "il Labirinto", percorribile solo su fuoristrada), noi scegliamo di vedere solamente ISLAND IN THE SKY: semplicemente straordinario perchè è una sorta di gigantesco altopiano a forma di Y, da dove potete osservare il punto dove il Green River e il Colorado si incontrano, 1000 metri più in basso.
Lo spettacolo è grandioso e non si può spiegarlo in due parole, ne’ renderlo bene in foto: canyons, insenature, crepe, archi, monoliti.... il tutto alternato e molto vario.
Veramente spettacolare e anche molto caldo. La nostra visita di Canyonlands è stata forse superficiale (abbiamo saltato anche il vicino Dead Horse Point che dicono molto bello), ma a nostro avviso la vastità del parco rende davvero difficile poterlo apprezzare; è enorme e x vederlo tutto ci vorrebbe minimo una settimana, essendo il secondo più grande d’America dopo il Grand Canyon!!
La maggior parte delle persone, tra cui noi, si limitano come detto alla prima parte che è la più bella e la più percorribile ed Island in the Sky, ovvero “isola nel cielo” mi sembra un nome azzeccato x gli infiniti fondali blu della “solita” incredibile giornata di sole e cielo terso che ci fa vedere x la prima volta gli impressionanti strapiombi tipici di un canyon.
Un facile sentiero porta al cosiddetto Mesa Arch, e non ti impressiona tanto il piccolo arco, avendone tralaltro visti il giorno prima a decine, ma la posizione dello stesso!
E’ proprio in cima ad un canyon, col vuoto assoluto dall’altro lato; mentre lo osserviamo una ragazza, che non ha certo i miei problemi di vertigini, si fa tranquillamente una camminata sopra stò archetto alto al massimo 10 metri, ma con un burrone da 100 metri dietro ed un poco simpatico leggero venticello a sfavore.
Sconfiniamo dal magico Utah x entrare nell’estremo sud-ovest dello stato del Colorado entrando nella cittadina di Cortez con ottimo Motel super 8, il migliore del nostro viaggio nel rapporto qualità-prezzo con sole 32 E IN DUE e x giunta con, di fronte, un veramente enorme supermercato che fatico a ricordare di aver mai visto così grande.
Ed è solo di alimentari, sorvolando su minuscole sezioni di floricoltura ed edicola e dopo un’oretta, riattraversando la strada principale del paese, entriamo in…camera!
Dopo la consueta cena di Elena, ci accorgiamo che non ancora alle 9 di sera tutto è chiuso e dobbiamo frettolosamente arrangiarci con panini da un vicino Burghy…il colmo se si pensa in termini di altissima qualità oltrechè quantità dell’ormai chiuso supermercato di fronte, che temo debba essere anche la massima attrazione in assoluto del paese, soprattutto nella sua infinita sezione di pesce(!!) in un posto così lontano dal mare…
L’indomani il vicino ed originale…
MESA VERDE NATIONAL PARK
…è imparagonabile agli altri capolavori della natura, perché questo è l’unico capolavoro dell’uomo, x la precisione dell’antica civiltà ormai scomparsa degli Anasazi.
Rappresenta x gli Stati Uniti quello che l'antico Egitto rappresenta x noi europei: la testimonianza di vita e opere di un grande popolo indiano denominato Pueblos, o appunto Anasazi, da cui derivano tutte le altre tribù del sud-ovest.
Il parco (a oltre 2200 metri d'altezza!) consiste di tanti insediamenti degli indiani Anasazi, con le loro caratteristiche costruzioni incassate sotto gli enormi costoni rocciosi del canyon. Roba storica ed eclatante x gli americani non a caso molto massicciamente presenti rispetto agli scafati europei che hanno visto ben altre culture ed all’America chiedono di vedere “quasi” solamente le meraviglie della natura pura e semplice dei parchi naturali.
È anche possibile vedere come si svolgeva la loro vita quotidiana in alcuni filmati in un visitor center stavolta con pochissima gente perché lo vediamo proprio alle 8, mentre i parchi più legati alla natura andrebbero visti anche prima di tale orario x godersi le albe.
Non solo le albe, ma anche i tramonti con una bimba con noi li avevo messi quasi tutti tranquillamente da parte, ben sapendo anche da miei passati viaggi che le foto e le immagini propinate da sempre quasi mai sono magicamente ritrovabili uguali: oggi i fotografi e reporter professionisti sono aiutati anche dalla tecnologia digitale.
Da viaggiatore indipendente, senza cinismo ma con obiettività, raramente ricordo di aver visto albe e tramonti veramente indimenticabili come nei giornali o nelle riprese filmate (escluderei forse soltanto le mie isole del Pacifico), perchè il resto del mondo è così “civilizzato” che mai è possibile scomporre la natura dagli uomini, e dove c’è grande natura ti ritrovi molti o troppi turisti.
Un esempio di artificio americano ben imparato dagli indiani stavolta, è la nostra successiva tappa ai…
FOUR CORNERS
Sono i quattro angoli dove si registra l’unica zona d’America in cui 4 stati si incontrano insieme in un solo punto.
Mi rifiuto di considerare lo stato del New Mexico parte di questo viaggio soltanto perché qui ne ho toccato un angolo: molto più completo il mio New Mexico lo scorso anno!
Il contesto di paccottiglia celebrativa nelle bancarelle attorno ad una specie di medaglione posto x terra nel punto esatto dei 4 angoli giustifica la nostra presenza solo perchè eravamo sulla strada quasi esatta ( ma ammettiamo che devi fare esattamente 8 km in più x andarci ai 4 angoli…) x andare a ben altra meraviglia d’America anch’essa in mano agli indiani: la leggendaria Monument Valley!
Si prende un’altra famosa “scenic b-way”, la I-163 con circa 60 miglia di quelle che gli americani chiamano “dramatic views”; manca solo qualche diligenza come nei tanti film western che sono stati girati in questo ampio scenario naturale con solo qualche macchia di verde qua e là.
Entrati in Arizona, come logica ci sarebbe lo stesso fuso orario degli altri stati del midwest, ma questo stato non adotta d’estate l’ora legale quindi andiamo un’ora indietro (come se fossimo tornati a Las Vegas all’ultimo fuso orario degli USA): passiamo attraverso il paese di Mexican Hat (così chiamato per una roccia a forma di sombrero), già vedendo in lontananza la…
MONUMENT VALLEY!!
Questa è senz'altro una delle tappe fondamentali di un viaggio nel sud-ovest americano.
Chi di noi non ha mai visto, in un’agenzia viaggio o in una rivista, una foto o uno scorcio della Monument?
Si veda clamorosa foto “doppia” nella sezione fotografica del viaggio, è la foto numerata col n. 153, x ritrovare la mia guida scritta, cioè la rough guide “sud-ovest degli USA”, con copertina fedelmente ritrovata alla M.Valley!
Quando la ammirerete con i vostri occhi scoprirete subito che è davvero spettacolare e vi lascerà senza fiato, è esattamente come la si vede nei film western, è indimenticabile il John Ford Point!!
Noi ci siamo arrivati a bordo del catorcio navajo e ci siamo trovati la figura di un indiano a cavallo fermo su una rupe come in "Ombre Rosse", vi assicuro che faceva un certo effetto.
Visitare la valle è semplice: se avete affittato un fuoristrada potete girarvela x i fatti vostri, altrimenti vi conviene lasciare la vostra macchina al visitor center e farvi scarrozzare come noi dagli indiani Navajo sui loro fuoristrada: preparatevi ad un’allegra gita sui loro sgangheratissimi mezzi (40 dollari).
Anche una gita a cavallo sembra carina, ma dato che non sia mai che gli indiani asfaltino il loro sacro suolo col catrame americano (salvo poi prendersi tutti i dollari americani possibili) è già tanto farsela col loro fuoristrada!!!
Vi sconsigliamo caldamente di fare il giro con la vostra auto perchè, anche se la strada sterrata è ancora percorribile con una buona auto, sarete comunque costretti a seguire un percorso limitato all'interno della valle.
Noi abbiamo trovato impressionanti e maestosi, oltre al fantastico John Ford Point, le Three Sisters, il Totem Pole (un pilastro di roccia altissimo e isolato) e i Butte (le guglie di roccia).
Il paesaggio è arido, ma chi sceglie di fare il giro della valle sui fuoristrada dei Navajo troverà anche una fonte presso la quale cresce un poco di erbetta verde con tanto di vacche al pascolo!
Non è un parco nazionale americano, e neanche statale, è semplicemente indiano compreso il fuso orario tutto loro (un’ora avanti a tutto lo stato dell’Arizona del quale sono interamente circondati, quindi non avrebbero nemmeno il pretesto di essere “solo” confinanti!!) quindi si paga a parte x entrarvi senza pass di alcun tipo….ultima perla sul fuso orario di queste lande è una vicina cittadina mezza americana e mezza indiana dove il fuso differisce da via a via, caso unico in tutto il mondo!!
Al momento di andarcene foto assolutamente demenziale x il sottoscritto che tra gli occhi divertiti della figlia e quelli perplessi della moglie indossa x un minuto la t-shirt rossa di Forrest Gump e finge di correre nell’esatto punto dove l’ultramaratoneta inventato dal cinema americano si fermava dopo giorni x dire “sono un po’stanchino”!Nella sezione fotografica di questo viaggio questa foto è numerata col n. 166.
Dormiamo poco più avanti nello straordinario Hampton Inn del paese di Kayenta, con ristorante e negozio souvenir interamente ispirati agli indiani (che qui continuano ad importi il loro fuso orario specificando che “in Arizona tra poco sarai un’ora indietro” ed io che vorrei dirgli”scusi, ma non siamo già in Arizona, lontani 20 miglia dalla vostra area sacra della Monument Valley?!” e lascio perdere).
Partiamo alla volta de…l’Arizona percorrendo la relativamente breve strada che in una ventosa, ma sempre soleggiatissima giornata, ci porta alla cittadina di Page, quasi al confine Nord con lo Utah (x la cronaca percorrendo il famoso lago Powell vicino Page si tornerebbe nello Utah e quindi un’ora avanti, questa ce la siamo risparmiata pur avendo effettivamente sconfinato x un paio di ore!). Ma prima di arrivare a Page sono assolutamente imperdibili le...
ANTELOPE ROCKS
Stranissime formazioni rocciose su uno strettissimo canyon che in poco tempo mi regala le foto probabilmente più belle del mio viaggio, andate a rivederle sapendo che tali foto valgono il più clamoroso furto d’indiani mai visto contro l’uomo bianco: si pagano la bellezza di 26 dollari a persona(!!)
Neanche alla Monument Valley si paga così tanto, però rimborsano ad Adriana i suoi 26 $ dopo che ci accorgiamo che è l’unica cosa di tutto il nostro viaggio che non possiamo fare con la bambina.
Propongo alla prudente moglie di alternarci con Elena all’ombra perché nel tratto più breve bastano 15-20 minuti x scendere e risalire, e si vede già tanto, ma lei preferisce aspettarmi al minuscolo chioschetto con strategico tettuccio anti-insolazione dove una carinissima indiana colleziona banconote a mai finire con questo autentico furto spacciato x biglietto d’ingresso.
Si tenga anche conto che le rocks non richiedono nemmeno un minimo di manutenzione come infrastrutture collegate ed al contrario di ogni luogo d’America non ti viene neanche data una brochure che sia anche un singolo foglietto che almeno indichi nord e sud.
In compenso metà del biglietto vola via x pagare un simil-indiano che compie l’eroica impresa di guidarti all’ingresso dell’Antelope, che è distante 15 metri esatti dal chioschetto-biglietteria.
Dentro le rocks l’indiano si affanna in spiegazioni inutili rovinando l’atmosfera del luogo ed intruppando ancor più i troppi turisti in poco spazio, quindi io lo salto a piè pari x ricavare delle foto in solitudine mettendomi avanti al gruppetto…
La mia guida scritta nella sezione delle Antelope Rocks consigliava di esserci a mezzogiorno x la luce migliore ed io ho anticipato di soli 15 minuti…
Poco dopo si entra nella cittadina di Page dove x la seconda volta in questo viaggio ci sistemiamo in un “Best Western”, il cui pernottamento regala pure miglia Alitalia a chi ivi pernotta, un’autentica fissazione x me che da anni le studio tutte x accumulare miglia e risparmiare sempre suoi biglietti aerei dei miei prossimi viaggi, prendendoli quasi gratis come ho spiegato all’inizio di questo diario.
Dato che la stanza non è ancora libera andiamo sul…
LAKE POWELL
dalle 13 alle 16 imbarcandoci in un fantastico giro di 3 ore quasi completo, che manca solo il punto più costoso (avremmo pagato il triplo) e più faticoso (avremmo fatto 7 ore di barca, e tale giro tralaltro parte solo in mattinata) x raggiungere il rainbow bridge, ovvero il ponte dell’arcobaleno.
Vedendolo in alcune foto diciamo anche che questo arco forse non sarebbe valso le decine di simili del parco di Arches, quindi non ci siamo persi niente e già alle 16 torniamo al molo di partenza, nel bel porticciolo di Wahweap.
In questa frazione che è il porto di Page, inizialmente x entrarvi dovrete pagare un biglietto d’ingresso, ma potete entrare gratis se, come noi, vi fate il già citato national park pass dato che ufficialmente si entra in un ennesimo parco che si chiama Glen Canyon National Park.
Chi come noi va al lago finisce x vedere soltanto lo stesso lago, e non il poco conosciuto parco annesso: alla fine sei circondato da tanta di quell’acqua che ti meravigli come artificialmente, a colpi di dighe, viene alzato ed abbassato il livello ( livello visibile nella striatura bianca su tutte le pareti) a seconda delle necessita idroelettriche di mezza America che deve ringraziare il fiume Colorado…questo fiume non è nemmeno tra i primi 20 degli USA x larghezza e grandezza, ma precipita con più violenza di altri dalle altissime montagne rocciose nel nord del continente, stimolando così le dighe degli ingegneri idraulici di tutto il mondo (Adriana che ufficialmente è proprio un’ingegnere idraulico comincia infatti ad essere più interessata che mai ad ogni informazione, mentre come al solito mia figlia Elena gioca con chiunque le abbozzi un sorriso, cioè tutti quelli che incontriamo!).
Come quasi ogni serata post-cena sono regolarmente sulla NBA, ovvero basket americano, in televisione mentre Adriana ed Elena già dormono, stavolta dopo la cena in una bella steakhouse di fronte il motel.
L’indomani mattino poco fuori Page, sulla strada x il Grand Canyon ci sarebbe l’horseshoe point, ovvero un punto d’osservazione come dice il nome a forma di ferro di cavallo, dove i colori e le forme del fiume Colorado sono incredibili, ma arrivarci richiede una passeggiata di mezz’ora non facile e x giunta dovrei lasciare Adriana ed Elena in macchina al sole, dato che dal punto ben segnalato dove comincia il trail non c’è un filo d’ombra: quindi lo salto ed andiamo dritti verso il lato sud del…
GRAND CANYON NATIONAL PARK
Sul Grand Canyon dico solo una cosa: preparatevi quanto volete ma non esistono libri, video o foto in grado di prepararvi alla sua grandiosità.
Noi arriviamo sulla Scenic Drive del South Rim restando in auto sin dall’ingresso dal lato di Desert View Drive, poi entriamo al vero e proprio Grand Canyon village dove tra i tantissimi lodge ben mimetizzati nella natura abbiamo scelto quello di Yavapai: tutto al G.C. è quintessenza della straordinaria efficienza ed organizzazione degli americani in ogni particolare.
Quella del Grand Canyon è stata la nostra ultima tappa "naturalistica": dai vari view points disseminati lungo il south rim le viste sono veramente molto belle, ma il canyon rimane troppo lontano, si scorgono pochi dettagli e si riesce appena ad intuirne la grandezza e la maestosità.
Se visitate il Grand Canyon all'inizio del vostro viaggio invece che alla fine come abbiamo fatto noi l'impressione di grandiosità sarebbe ancora più marcata.
Per noi, invece, dopo un paio di settimane nella Grande Natura (lasciatemi usare le maiuscole!) del sud-ovest, una semplice "raffica" di punti panoramici non ci basta più, pertanto la nostra opinione è di tenersi il Grand Canyon come gran finale: la sua immensità (più della sua bellezza, perché alla fine del viaggio direi che Bryce e Arches national parks sono stati più originali) è tale da oscurare tutto quanto potrete vedere negli altri parchi!!!
Un'alternativa al trekking, o alle gite di dorso di mulo, è quella di esplorare il Grand Canyon anche dall'aria, esistono infatti parecchie possibilità di fare dei giri in elicottero anche partendo da Las Vegas (come feci nel 1990, si vedano foto in tale data nel mio archivio fotografico sempre in questo sito): adesso nel 2008 con la bimba non se ne parla ovviamente...
Dato che il giro l’ho già fatto 18 anni fa la bimba la terrei io lasciando andare Adriana, ma lei amplifica i pericoli dell’elicottero e non vuole andarci, ed hai voglia di dirle che oggi non fanno più quelle picchiate pazzesche di una volta tra le gole dei canyons, tant’è che in 2 giorni non vediamo un elicottero che sia uno (oggi gli elicotteri della Papillon e della Maverick si mantengono ai bordi lontani del canyons e non possono neanche sorvolarlo, figuriamoci scenderci sotto); in alternativa ricordatevi che nella vicina Tusayan viene proiettato un bellissimo filmato IMAX con tutte le meraviglie del parco, e questo invece Adriana lo salta semplicemente perché l’ha visto nel filmato mio del 1990!
Dentro il Grand Canyon non ci siamo fatti mancare un lookout che sia uno dell’infinita serie proposta da ben 3 combinazioni diverse di navette, ovviamente sempre gratuite ed intervallate da tanti mezzi privati che possono girare su quasi tutto il parco.
Il loop (anello) contrassegnato col colore celeste è il giro centrale delle navette corrispondente, tra gli altri punti di sosta, anche ad una fermata proprio davanti il nostro lodge: agli estremi destro e sinistro di questo loop celeste partono altrettanti loops contrassegnati dai colori rosso e verde.
Andiamo con ordine partendo dal primo “giro” dove siamo scesi praticamente a tutti i lookout riprendendo magari le navette alla fermata successiva della nostra passeggiata lungo il rim (bordo) più frequentato del canyon.
Fa impressione dopo 2 settimane di solo inglese sentire di colpo decine di italiani riconoscendo l’accento romagnolo di alcuni; all’altezza della fermata del Bright angel lodge la folla è tanta, in più accanto a questo lodge c’è il secondo ed ultimo lodge (che si chiama Kachina lodge!) di quelli posti proprio sul bordo del rim, e poi l’unico hotel che da solo merita una visita!
Parlo di El tovar hotel ed è molto carino, discreto e lussuoso al tempo stesso, almeno paragonandolo alla semplicità spartana di tanti altri lodges disseminati più lontani dal rim.
Proprio davanti il Bright angel lodge parte uno dei sentieri più battuti, ma basta guardarlo dall’alto x capire quanto è ripido, e del resto si parla di circa 1 ora x scendere e 2 ore x risalire.
Peccato comunque non averlo fatto perché pare che soltanto scendendo in profondità uno possa cogliere bene l’incredibile varietà della successione di strati millenari di rocce.
Ci spostiamo lungo il loop rosso che è anche l’unica serie di navette obbligatorie da quel lato del canyon, cioè non ci sono veicoli privati che si alternano alle navette come negli altri due loops.
Addirittura la parte terminale dei fantastici lookout disseminati lungo il loop rosso è accessibile solo a Luglio ed Agosto, pertanto noi partendo dal Village Route Transfer ci dirigiamo verso il capolinea dell’Hermits Rest ma senza vederlo. In quella direzione ci fermiamo in diversi punti tra cui il Maricopa Point, il the Abyss e l’Hopi Point, che lasciano senza fiato causa bellezza e strapiombo sotto i tuoi piedi in una giornata tra le più fresche e ventose del nostro viaggio (ma sempre tanto sole ed io in bermuda e felpa, la bimba invece x sicurezza la copriamo bene…)…
Si tenga conto che tutto il G.C. l’abbiamo visto al fresco del tardo pomeriggio e l’indomani sino a metà mattinata, quando già eravamo di nuovo in maniche corte.
Nel ricongiungerci al loop celeste pensiamo bene di scendere ormai quasi x cena al nostro lodge e di vedere l’indomani mattina il terzo anello, quello contrassegnato in verde che regala altri 2 lookout indimenticabili (Yaki point e South kaibab) e possiamo riprendere la macchina x lasciare il Grand Canyon.
Per caso all’ora del pranzo di Elena ci ritroviamo in un minuscolo paese che si chiama Valle (scritto proprio in italiano) e pranziamo con le solite insalate multiple accompagnate stavolta da dei robusti formaggi; nel mentre Elena digerisce il suo pranzo, ancora estasiata dalla visione dell’inaspettato museo dei Flintstones!
Proprio dove ci siamo fermati abbiamo visto x caso il più cadente e sgangherato museo mai visto, con due dita di polvere nell’immenso e stavolta veramente sproporzionato shopping center annesso, da cui una porticina ad 8 $ a testa porta al giardinetto dove le foto parlano da sole circa la fondamentale importanza dei Flintstones nella cultura americana…
Nel tardo pomeriggio invece siamo a Flagstaff, cittadina veramente carina e piena di giovani abbastanza alternativi che frequentano le tante università del posto: ritrovo la piazza ed il pub dove sono stato lo scorso anno con mio fratello, ma quella volta era piena notte ed eravamo di corsa verso l’ovest lungo la Route 66 che ritrovo nel tratto centrale di Flagstaff.
Stavolta scendo verso sud lungo la I-89 x andare verso l’incredibile città di…
SEDONA
Sedona è una cittadina molto carina e tranquilla, sede di numerosi artisti di tutto il mondo, con un bellissimo panorama di picchi alti e rossi e avvolta in atmosfere New Age, sembra una di quelle città dei film western, e i delicati colori della natura sono fedelmente riproposti persino nell’esterno dei bidoni dell’immondizia, discretamente posti accanto alle panchine anch’esse in tinta, come tutto del resto..
Le mattonelle rosso tenue in stile “pietrificato” sono la base di ogni negozio piccolo e grande, le deliziose fontanelle davanti e le vetrine mai pacchiane danno una classe infinita al posto, non a caso votato da sempre “most beautiful place in America”(il posto più bello in America)!!
Mia cugina Tiana ha scelto di sposarsi qui ed ha spostato tutti i suoi familiari dalla east coast (Boston) come del resto il marito da Buffalo (città al confine col Canada, nello stato americano di New York) e li andiamo a trovare il giorno prima delle nozze nella villa che hanno affittato x 4 giorni.
Entrambi italoamericani di terza generazione dal cuore italiano, ma con modi e lingua da americani DOC, ci danno un saggio dell’ospitalità, simpatia e gentilezza anche dei loro parenti ed amici che non conoscevamo.
L’indomani mattina breve giro da soli di Sedona che si completa volendo anche in un’ora e poi ci prepariamo al matrimonio che viene svolto nell’esclusivissimo villaggio di Tlaquepaque, proprio al centro della Y che caratterizza lo stradario di Sedona.
Il villaggio è tutto in stile ispanico, ed è nel cortile che i ragazzi si sposano, mescolando ad una normale tradizione cristiana usi e modi di altre nazioni, soprattutto del mondo arabo che Tiana ha frequentato a lungo x lavoro.
La giornata è assolutamente perfetta, non tira un filo di vento ed il sole splende alto ma non disturba nel cortile all’aperto dove si svolge la cerimonia in quanto lo stesso cortile è riparato da eleganti alberi e dal solito edificio di gran classe ed al massimo di due piani (come tutta Sedona del resto).
Per la prima volta in tutto questo viaggio, mentre usciamo dalla cerimonia vediamo prezzi alti, quasi “italiani” nelle eleganti gioiellerie interne al villaggio; ci si sposta di un paio di km x il trattenimento in un locale che si chiama The Agave.
Qui, da ragazzo comunque europeo che ha visto altri matrimoni americani un po’ troppo informali come atmosfera, resto assolutamente sconvolto dalla classe e dall’eleganza di ogni particolare non solo dei cibi sin dall’antipasto di formaggi francesi all’aperto mentre il sole tramonta sulle incredibili montagne rosse, ma anche dall’eleganza e classe di tutti.
Anzitutto vestiario di gran classe senza ad esempio il biancore di un calzino bianco, cosa normale x il resto d’America ai matrimoni, poi arrivano altri cibi di gran classe con portate normali rispetto alle cafonaggini italiane dei matrimoni in stile “oggi si mangia come se dovessimo morire domani”.
Resto colpito dal linguaggio sempre di altissimo livello, non te lo inventi x il giorno buono se non ce l’hai nel DNA: sarà un caso ma questi sono tutti bostoniani ed è storia che da sempre i bostoniani si vantano spesso di essere molto più colti, eleganti e raffinati del resto d’America.
Anche i “newyorchesi” da parte di Paul, il simpaticissimo sposo che alle 6.30 di mattina del giorno del suo matrimonio ha organizzato una sessione di golf (ditemi se non è americano DOC uno così!!) sono persone squisite con me, Adriana ed ovviamente Elena.
Ce ne andiamo dal trattenimento col cuore pieno di allegria ed amore, come hanno scritto gli sposi nella custodia del binocolo che viene dato in regalo ai presenti: ”l’amore universale”(scritto in italiano) e poi “per l’infinita esplorazione della natura”(scritto in inglese).
L’indomani ci viene difficile lasciare Sedona, ma dobbiamo farlo x andare a…
PHOENIX
Tappa finale del nostro giro ON THE ROAD, solito pranzo veloce da “Subway” a metà strada delle ultime 100 miglia (160 km) delle 1650 miglia ( 2650 km) in macchina.
Arrivo a Phoenix scioccante x chi come noi viene da due settimane immersi nella natura: sono le 3 di una Domenica pomeriggio ed in pieno centro è il deserto assoluto con una temperatura di circa 40 gradi che mantiene x strada soltanto una cinquina di individui tra alcolizzati e senzatetto.
Ci immergiamo all’istante nella piscina coperta da un tendone del nostro albergo anni ’20, hotel San Carlos anch’esso in pieno centro e, quando la temperatura si fa accettabile, usciamo x un giro della minuscola zona commerciale di Phoenix dove ceniamo da Hooters.
Si tratta di una catena commerciale che vorrebbe invitare i clienti, nello specifico gli uomini, con delle cameriere sempre vestite con un costume bianco ed arancione ed assunte solo se partono dalla terza di seno: atmosfera che già sapevo essere assolutamente innocente tant’è che ci sono pure diverse famiglie o addirittura due donne sole.
Quest’ultime non mi sembrano delle lesbiche perché sono sedute accanto a noi e le sento parlare solo di uomini…non che i probabili mariti se ne escono bene dalle loro colorite espressioni (sport del resto diffusissimo tra le donne), ma almeno ne parlano!
Nel mentre le procaci cameriere giocano con mia figlia dando credito alla teoria di zio Sergio (mio fratello) e zio Filippo (mio cognato) che con una bimba le occasioni di conoscere belle ragazze aumentano! Si noti che mio cognato ha due figlie, quindi dovrei farne un’altra pure io?!
Adriana ed io ci prendiamo le ali di pollo, elemento base di questa catena e ci aggiungiamo una specialità diffusissima soprattutto nei palazzetti sportivi, ovvero la vaschetta con i cetrioli fritti dalla forma tipo patatine rustiche. Hooters (notare nelle foto il seno disegnato nella doppia O del nome) ha persino una compagnia aerea tutta sua, come ricorda il depliant accanto al menu con una frase che mi fa morire dal ridere x 10 minuti: “l’unica compagnia aerea dove i passeggeri si augurano che ci siano turbolenze in volo”
( ci siete arrivati? Così alle hostess ballerebbero di più le…UAH UAH UAH ).
Phoenix in pieno centro è tutta lì, si è tentato di rivitalizzare downtown con i due maggiori impianti sportivi nati da poco, con corollario di pub vari, ma ci accorgiamo solo il lunedì mattina di un minimo di vita con impiegate ed uomini d’affari in giro oltre alla solita orda di pensionati americani con tremendi accenti del nord che cercano ristoro x le loro ossa infreddolite al sole del deserto.
Cactus in giro prima di downtown ne abbiamo visti a mai finire…e li rivediamo nella breve strada x l’aeroporto dove lasciamo l’esausta macchina a noleggio e prendiamo il volo Southwest da 40 minuti x
LAS VEGAS
Qui stavolta siamo all’hotel Circus Circus, il cui ridicolo nome sottolinea la sua vocazione di circo infinito e con i suoi spettacoli circensi è l’hotel dei bambini a Las Vegas!
Chi ha una famiglia di bimbi piccoli passa da qui, a me conveniva x il prezzo più basso dell’intero centro di L.V. pensando anche che alle 6 del mattino già saremmo dovuti andarcene x un altro aereo verso Miami.
L’arrivo a Las Vegas da Phoenix è nel primo pomeriggio, stavolta andando verso l’albergo col taxi, e dopo una veloce occhiata allo stesso incasinatissimo albergo (mai visto un check-in così lungo, mai visto così tanti bambini insieme con conseguente cagnara tra le maledizioni degli adulti che anche lì si appendono alle slot-machines) andiamo in giro x la strip negli alberghi più famosi.
Basta passeggiare lungo la "Strip", la lunghissima via che attraversa la città, lungo le 5 miglia d'asfalto più movimentate del mondo, x rendersi conto della goliardia e assurdità di questa oasi artificiale: qui si affacciano tutte le principali attrazioni.
Las Vegas è zeppa di pacchianerie tipicamente americane, anche le palme sulla strada sono di plastica! Lungo la Strip troverete tanti figuri con dei bigliettini di carta in mano (delle striscette "strip", appunto.... con tutti i doppi sensi che vi vengono in mente...) che vi offrono, sbattendo i biglietti sul palmo aperto della mano, l'ingresso ai vari locali di spogliarello.
La mia classifica degli hotel più belli della Strip è: il Paris, il Venetian, il Caesars Palace, il Luxor, il Bellagio, il New York New York, il Circus Circus, il Treasure Island, il Mirage ed il Flamingo Hilton: tutti pacchianissimi!!!!
1-Il Paris ci sconvolge, sarà che mi manca tanto la mia seconda patria europea ovvero la Francia, ma qui aldilà della Tour Eiffel, dell'arco di Trionfo e di improbabili giovanotti vestiti alla francese in groppa a biciclette la cosa straordinaria è l’assoluta ricchezza di particolari e la discrezione con la quale le slot-machines sono incastonate al centro.
Ceniamo qua dentro come se fossimo sulle rive della Senna, e direi che tale classe non è merito degli americani bravi a scopiazzare, ma merito della nazione che vanta il più alto numero di visitatori al mondo (la Francia appunto).
2-Il Venetian mi ha stupito lo scorso anno con le gondole, i gondolieri e il ponte di Rialto con il cielo finto!
3-Il Caesars Palace era stato il secondo ed ultimo del veloce mordi e fuggi dello scorso anno, ma essendo più centrale (l’ho visto anche nel mio viaggio del 1990, quella volta vidi anche il Treasure island, il Mirage ed il Flamingo Hilton) ecco che x la terza volta mi faccio la foto davanti alla statua di Cesare all’ingresso, facendo vedere x la prima volta l’incredibile lusso del posto ad Adriana.
4-Già detto all’inizio di questo diario di viaggio nel 2008 dell’hotel Luxor, dove abbiamo dormito 10 giorni fa, e che con la sua Sfinge e le piramidi è forse il più kitsch di tutti gli Hotel che abbiamo visitato...
5-Mai visto in passato invece l’ultrafamoso Bellagio, e sinceramente una volta dentro restiamo delusi dall’immenso lusso di negozi e ristoranti: tutto proprio superlusso, ma come Via Montenapoleone x gli italiani (infatti ci va il resto del mondo che ama il superlusso italiano, ma non ci sono tanti italiani!).
Pare che ci sia un buffet assolutamente divino ed al solito prezzo fisso di tutti i buffet di Las Vegas, ma non posso dirlo x aver cenato francese al Paris, che ha l’unico buffet di Las Vegas che riflette il posto che lo ospita ( tutti gli altri hotels hanno una cucina multietnica)
Siamo rimasti molto più colpiti all’esterno dallo stesso Bellagio dato che passiamo dal tramonto al buio nel momento in cui si azionano dei fantastici giochi d’acqua illuminata nei 3 ettari di lago artificiale che separano l’ingresso del Bellagio dalla strip.
6-La classifica del tutto personale continua con l’hotel New York New York dove ammiriamo fedeli riproduzioni di ogni elemento caratteristico di una città che conosco bene, quasi quanto Parigi e che…rivedo con piacere, soprattutto Central Park al tramonto ( con Adriana sorvoliamo sul fatto che qui siamo oltre mezzanotte!) e l’enorme ponte di Brooklyn posto all’esterno dell’hotel.
Qui facciamo le nostre uniche misere giocate alle slot-machines di Las Vegas e veniamo pesantemente ripresi perché abbiamo fatto dare ad Elena (minorenne…non sia mai!) un paio di colpi alle slot-machines.
7-già detto del Circus Circus hotel, poi agli ultimi 3 posti dei 10 visti ci metto quelli anche più datati, del mio viaggio del 1990, e che sono oggi in ribasso:
8-Treasure island, oggi TI, una volta divertente coi pirati all’esterno, ma oggi tutto quello che richiama i bucanieri è stato sostituito con le sirene!!
9- il Mirage, famoso x le sue tigri bianche e x il vulcano che erutta svogliatamente ogni quarto d’ora!
10-il Flamingo (fenicottero) di quelli posti proprio al centro della strip è il meno caratteristico ed il meno costoso, qui dormii nel 1990, è l’ideale x chi non si vuole spostare in macchina o taxi dai sopracitati ultimi 3 alberghi che sono un po’ più lontani, x potersi godere appieno le meraviglie dei più famosi e centrali.
Ultima cosa: a Las Vegas come è legale il gioco d'azzardo, lo è altrettanto il matrimonio, così come il divorzio, lampo; la città è piena di Wedding Chapels.
I matrimoni contratti qui, legali a tutti gli effetti negli USA, non hanno validità in Italia, ma potrete sempre regolarizzarlo una volta rientrati...infine ”vizio” minore, ma x me pesantissimo è la possibilità di fumare ovunque: cosa già impossibile al chiuso in Italia da pochi anni ed in America da sempre…tranne Las Vegas che fa storia a sé!
Stavolta posso dire di conoscere bene Las Vegas che vanta 18 dei primi 20 alberghi del mondo…dopo i 10 visti e classificati ho saltato nelle mie 3 visite tra 1990, 2007 e 2008 soltanto i meno conosciuti MGM (quello del film “Ocean’s eleven”), il Mandalay, il Tropicana, il Monte Carlo, l’Excalibur, il Wynn, lo Stratosphere e l’Aladdin (oggi ribattezzato Planet Hollywood).
Alle 6 del mattino il volo American Airlines ci riporta a Miami, dove con 3 ore di fuso orario in avanti arriviamo appena ad un veloce pranzo accanto al nostro Haddon Hall Hotel, di nuovo in Collins avenue a South Beach Miami.
Pomeriggio ovviamente dormiamo e sera in giro nell’atmosfera fantastica di Ocean Drive, a letto abbastanza presto x altra alzataccia l’indomani x una gita con un bus turistico alle...
ISOLE KEYS!!
Bus strapieno nonostante la giornata feriale, comodo x arrivare all’ultima isola, cioè Key West vedendo le stesse cose che vedresti da una ben più costosa macchina a noleggio; 12 anni fa quando ero in macchina sulla stessa rotta effettuai solo 2 o 3 soste lungo le 100 e passa miglia, ansioso com’ero di arrivare alla magica Key West.
Le isole Keys non significano “chiavi” come sembra in inglese, ma sono un’anglicizzazione della parola spagnola cayos, che significa appunto “isole”; del resto già in Arizona confinante col Messico avevamo sentito tanto spagnolo, ma a Miami lo spagnolo è letteralmente la prima lingua e ce ne siamo già accorti al nostro arrivo…
Le 47 isole delle Keys sono collegate da ben 30 ponti tutti “sospesi” sull’oceano con due striminzite corsie che ti danno la sensazione di essere letteralmente sopra l’acqua: ad un certo punto siamo sul più lungo dei ponti, il “seven mile bridge”, circa 10 km da un’isola all’altra!
Ci sono alcune belle isole durante il tragitto, isole che sono meta fissa x lunghi mesi dei soliti pensionati del nord oppure scelta di vita di americani ed anche stranieri che in Florida vogliono fuggire dalla mondanità di Miami e chiedono a questo stato magico degli USA soltanto sole e mare.
Queste isole piccole e discrete sono Key Largo, Marathon ed Islamorada, poi tante altre ancora con un’altra isola che addirittura ha una riserva protetta di cervi ed infine si giunge a…
KEY WEST
Il Bus ci lascia in Mallory square assolutamente liberi x circa 6 ore, dopo le 4 di viaggio da Miami intervallate da una sosta in un Mc Donald’s (stessa sosta al ritorno, con arrivo finale a Miami alle 9 di sera)
Key West è un’isola straordinariamente bella x la posizione e x l’atmosfera accogliente nonostante sia sempre strapiena di turisti da mezzo mondo, resa celebre dai racconti di Hemingway che qui ha vissuto a lungo.
La sua casa-museo era stata già visitata dal sottoscritto nel 1996, se volete vedete le foto nel rispettivo viaggio, ma anche se volessi ripetere la visita i numerosi gatti presenti scoraggiano in maniera assoluta Adriana che ha sempre avuto un pessimo rapporto con loro.
Qualche metro più in basso facciamo la foto al punto più a sud degli USA, con Cuba distante solo 90 miglia=144 km. come recita una scritta.
Si risale sempre a piedi dalla bella Duval street verso Mallory square in una giornata caldissima, Elena è in canottiera sotto il suo ombrellino e passiamo dall’immancabile Sloppy Joe’s cafè che è il pub dove veniva Hemingway, qui tutto lo ricorda ancora x finire all’immancabile enorme shopping-center annesso.
Altre belle zone da vedere sono i dintorni di Mallory square con bellissimi negozi di conchiglie e di fenicotteri rosa in plastica o in ceramica ed in generale qualunque animale esotico (vanno forte anche i coloratissimi pappagalli) riprodotto in ogni maniera.
Non si notano nemmeno americanate come l’immancabile Hard Rock Cafè o il museo di Ripley’s, quello della serie “believe it or not” (credici o no) con tutte le stramberie umane che hanno portato i protagonisti ad entrare nel Guinness dei primati; l’ho già visitato (oltre a New York) in esportazione fuori dagli USA in almeno 3 continenti diversi (Europa a Londra, Asia ad Hong Kong, Oceania a Sydney).
Repentino cambiamento di programma l’indomani quando avremmo dovuto fare il giro completo di Miami con la stessa compagnia che organizzava l’escursione a Key West: gli zii di Adriana che abitano qua vicino, non possono venirci a prendere fra 2 giorni come previsto, e possono riceverci soltanto oggi…quindi di corsa un noleggio giornaliero di una Toyota Corolla perché non esistono soluzioni in bus x andare a Boca Raton, dove abitano loro.
Ne approfittiamo x vedere sulla strada una delle più belle città della Florida, sicuramente superiore a Miami, parlo di…
FORT LAUDERDALE
Come italiano il paragone più azzeccato che posso fare è il seguente: Miami sta a F.L. come Rimini sta a Portofino.
Molto più famosa, conosciuta, vitale la prima, molto più elegante, elitaria e discreta la seconda…qui a Fort Lauderdale parliamo di 150.000 abitanti con 40.000 barche ufficialmente censite, e parlo di barche enormi tutte ormeggiate davanti le ville extralusso dei rispettivi proprietari in bellissimi canali disseminati lungo il Las Olas Boulevard.
Il lungomare invece è strapieno di gente che si gode quest’altro grandioso paradiso balneare della Florida e pranziamo stavolta in maniera sostanziosa dato che non c’è dubbio che il pesce è freschissimo e riesco a farmi un’enorme insalatona di salmone ai soliti ridicoli prezzi americani.
Giriamo un po’ lungo il Las Olas Boulevard prendendo in un bellissimo negozio x bambini dei regali x i figli del cugino di Adriana che andremo a trovare più tardi.
Nel tardo pomeriggio siamo a Boca Raton, “bocca del topo” in spagnolo ed altra cittadina tipo F.L. (ma senza i canali navigabili di quest’ultima) che riflette il lusso e l’eleganza di chi vi abita…
Andiamo a trovare gli zii di Adriana che stanno in un complesso di 250 appartamenti col loro appartamento con visuale sul mare distante un paio di km e con un enorme campo da golf nel mezzo.
In cima al complesso hanno una piscina di formato olimpico, poi una piscina più piccola x gli idromassaggi, un’enorme palestra, un mezzo campo di basket in parquet e tabellone di vetro, una sala convegni ed un paio di portieri privati compreso colui che perplesso parcheggia la mia Toyota tra una selva di Maserati e Ferrari di ogni colore.
Dopo la cena con gli zii il ritorno in serata a…
MIAMI
In mattinata lascio la macchina a noleggio e già alle 9 siamo sul giro panoramico della città che avremmo dovuto fare il giorno prima: una combinazione di autobus e “veliero” che stavolta veramente ci farà conoscere Miami una volta x tutte.
Si comincia in bus dall’originalissimo quartiere di Little Havana, qui tutto è Cuba, poi si prosegue x le residenziali Coconut Grove con le bellissime Venetian Pools (piscine), infine si va a Coral Gables quando si scatena l’unico furioso e breve acquazzone di 3 settimane di viaggio!
Fortunatamente, al momento di imbarcarci in una specie di vascello da pirati, la pioggia dovuta al troppo caldo è già cessata: vediamo tutta la zona del porto con le ville dei personaggi famosi, soprattutto del cinema, affacciate sull’oceano.
Sosta pranzo al Bayside market che già conosciamo e del quale cerchiamo gli ultimi affari nella mezz’ora scarsa concessa prima di essere rilasciati tutti ai rispettivi alberghi
Noi abbiamo lasciato ieri l’Haddon Hall presso cui avevo fissato i due giorni di ritorno dal midwest con altri due giorni liberi perché non sapevamo se avremmo dormito a Boca Raton dagli zii di Adriana.
Invece pernottiamo sempre a Miami, e chiedo un preventivo all’albergo originario dell’inizio del nostro viaggio (il Claremont, sempre in Collins avenue ad un solo isolato dall’Haddon Hall hotel che lasciamo).
Al Claremont ci fanno 150 $ (93 E) a notte con le quali sfonderemmo il nostro massimale di 70 E a notte raggiunto a Las Vegas, ma mi basta mettermi in un internet point a pochi metri e ritornare trionfante al Claremont con la stampa della conferma a 105 $ ( 65 E) a notte!
Non sono stati disonesti loro, ma con Internet si saltano tante spese e si ottiene il minimo.
Altro sistema x risparmiare (ma soltanto se sei già in USA), è di raccogliere i coupon dei buoni sconto di quasi tutte le catene di motels, che vengono distribuiti in giornalini non più presentabili dei foglietti volanti della pubblicità che ritroviamo nella posta di tutti i giorni in Italia.
Tali opuscoli te li ritrovi in tutti i motels, addirittura spesso mi è capitato in passato di trovare in una catena di motels degli sconti x i motels di un’altra catena!
Concludiamo la nostra ultima giornata piena a Miami, dopo il già citato giro mattutino in bus+vascello, andando a piedi ad un solo isolato dal Claremont laddove si estende la più grande isola pedonale di Miami, la Lincoln Road Mall disseminata di negozi, ristoranti e locali nei quali rimaniamo sino a tarda serata.
Triste preparare i bagagli e tornare l’indomani col volo pomeridiano in Italia, e dopo il cambio Roma-Bologna ad ora di pranzo di Domenica 11 maggio siamo già ad Imola e ricomincia la solita vita di tutti i giorni, ma con ricordi ed emozioni che ci accompagneranno a lungo.
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