ARCHIVIO FOTOGRAFICO 

 
 

Inverno 2007 USA-sulla ROUTE 66, da Chicago a Los Angeles in macchina: ILLINOIS-MISSOURI-OKLAHOMA-TEXAS-NEW MEXICO-ARIZONA-CALIFORNIA-(con deviazione per Las Vegas, NEVADA).


Route66
Quante volte nella letteratura da viaggio è stata riletta la magica e quasi diabolica cifra di 66 accoppiata ad un vocabolo tanto antico da risultare più affascinante del solito quale “route”?!?!!
In un mondo fatto di autostrade a doppie e triple corsie in ogni campo, non solo stradale ma anche elettronico e tecnologico in generale, ecco che quella giovane nazione, chiamata genericamente America dal resto del mondo, si permette di conservare e quasi mitizzare una vecchia strada con la quale hanno aperto la via moderna al west.
Senza deludervi, ma con la giusta dose di cinismo europeo, va subito precisato come gli americani facciano un business di tutto, ed il bombardamento mediatico e reale sulla route 66 non fa eccezione, ma è stato ugualmente affascinante ripercorrere le varie tratte dove viene gelosamente conservata la memoria della route originaria, mentre nelle tratte ormai sostituite dalle interstates abbiamo comunque scoperto un’altra America, molto più provinciale, ingenua e sincera rispetto alle metropoli, soprattutto quelle della costa est che inevitabilmente coprono ogni viaggio iniziale di ogni cittadino non americano rigorosamente alla scoperta della “prima” America, cioè quella che vediamo nei film e sentiamo nelle canzoni, sin dagli anni ’40 in poi.
Dopo aver visto 36 stati su 50 degli USA in un ventennio di viaggi, con i 7 stati della route 66 sono a quota 40, e non inganni la matematica in quanto Illinois, Arizona e California le avevo toccate in altri viaggi; e x la precisione va detto che nelle varie guide gli stati attraversati dalla route vengono indicati come 8, in quanto si sfiora pure il Kansas, ma mi rifiuto di considerarlo uno stato della Route dato che l’attraversamento è proprio roba di un paio di km.
Lungi da me però ridurre tutto ad un mero dato statistico, impresa nella quale peraltro sono stato influenzato proprio dagli americani, che in passato, nella loro semplicità e chiarezza, mi hanno sempre chiesto tutto della mia vita per numeri: pian piano ho capito che a parole non dovevo nemmeno esibire quella falsa modestia tipica di ogni europeo in quanto loro non afferrano questa sottile ironia e restano veramente delusi se gli dici, esempio unico ma illuminante: “ sì, sono stato spesso negli USA ma non posso dire di conoscerli veramente bene”, e questo l’ho sempre sostenuto anche con un pizzico di verità dentro di me perché so (o meglio sapevo, prima di questo viaggio sulla route 66) che la vera America è quella di provincia! Viceversa, devi fare quello che i miei amici romagnoli chiamano “lo sborone” ovvero, qui in Italia, uno che le spara grosse o che quantomeno “se la tira” mentre negli Usa lo “showtime” in ogni aspetto della loro vita è una pratica normale e x questo, data la mia quasi veneranda età aggiunta a troppi Usa precedenti, stavolta i fuochi d’artificio anche x me sono stati aggiunti dall’unico mattatore di questo viaggio: mio fratello Sergio, già in passato ribattezzato dagli amici Sean Penn!
Nella versione originale dell’indimenticabile libro “on the road” che ha mitizzato come mai il vagabondare in macchina, lo scrittore Jack Kerouac e la sua spalla Dean Moriarty coprono appunto l’America da Chicago a Los Angeles sulla Route 66, anche se x maggiore disponibilità di tempo i due praticamente non finiscono mai il loro vagabondaggio coprendo in seguito anche altri stati. Nel nostro caso, i due fratelli Penna si ritagliano miracolosamente una settimana piena, con arrivo a Chicago dove prendiamo una Chevrolette Impala che sulle prime a Sean sembra enorme salvo scoprire che sono tutte così grandi in Usa, e poi decidiamo con un discreto rigore le tappe in modo da non perdere l’aereo di ritorno da Los Angeles una settimana dopo.
Sergio ha già visto un po’ l’America, ma non ha le mie precedenti esperienze solitarie sulle strade americane ( la costa nord-est e il giro completo della Florida), eppure in 2 minuti prende mano e piede alla grande alla macchina ed entra in città a Chicago, oltretutto gasato dalla totale mancanza della temuta neve, per non dire del ghiaccio….e forse soprattutto del traffico impazzito delle metropoli italiane a cui è ormai fin troppo allenato. (Sergio diceva, banale ma verissimo, in America le strade servono ad andare ed i parcheggi a parcheggiare!).
Fa quasi caldo x essere il 30 dicembre, e trovata una sistemazione x dormire, con la stessa macchina ce ne andiamo alla partita serale della locale squadra NBA dei Chicago Bulls contro i Cleveland Cavaliers che hanno forse il singolo miglior giocatore NBA (e quindi del mondo) in questo momento.
A chi non è pratico di basket,ed anche a chi lo è del tutto come molti nostri amici, vorrei premettere che anche a noi non sembrava una grande idea andare a Chicago x quasi 2 giorni e perdere subito una serata dentro un palazzetto, ma bisogna aver già visto la NBA dal vivo, come me, x capire che sarà come portarmi il bambino alle giostre(Chicago la vedremo meglio al ritorno da Los Angeles)!
Sean non ha mai visto la NBA dal vivo, e qualunque europeo che non sa neanche una regola del gioco, (ma non è certo il suo caso), viene sempre obbligato a vedere una partita NBA se va in USA. E’ un’esperienza perfettamente paragonabile ad una serata al circo, gli americani lì tirano fuori il meglio della loro sportività e delle loro abitudini di vita, e quando il palazzo(non è più il caso di chiamarlo palazzetto!) presenta il pienone di 22.000 persone hai davanti a te un grosso spaccato cittadino! E dico “cittadino” perché è fisiologico che ogni città presenti un pubblico diversissimo, rispecchiando così la filosofia dei suoi abitanti, ed avendo visto 3 partite in 3 città molto diverse fra loro ci siamo fatti anche un’idea sulle stesse città; confermando così quello che x noi può essere una serata di sport, qualunque esso sia!
Premettendo che è già nota al mondo la clamorosa sportività degli americani nell’accettare il risultato di qualunque evento senza polemiche…forse perché loro la vera guerra la fanno nel resto del mondo e non negli stadi, come i nostri giovani senza ideali. Succede così che il fenomeno avversario viene applaudito alle sue giocate nonostante stia massacrando la squadra di casa, ma giocando troppo solo finisce x soccombere davanti ai locali che il pubblico venera perché sono una squadra vera, costruita attorno a dei giocatori che non sono stelle, ma semmai dei cosiddetti blue collars, (più o meno come i nostri “gregari”) come molti chicagoani che sono dei neri emigrati dal sud degli USA e che mandano avanti nella maggior parte dei casi il terziario di una città da circa 10 milioni di abitanti e con l’aeroporto più trafficato del pianeta. La componente musicale che questi hanno portato dal sud e che ha trasformato la città nella capitale del mio amatissimo jazz e soprattutto del blues, garantisce un sottofondo musicale straordinario alla partita anche se, musiche varie a parte, la cosa che diverte di più è quando un indicatore luminoso (chiaramente preregistrato!) invita il pubblico ad urlare di più, eppure il pubblico ci crede e comincia a metterci del suo!
Per non farla lunga, tra le altre perle, rapidamente:
1-la presentazione della partita, luci che si accendono e si spengono ad arte, musica in crescendo quando il megaschermo inquadra una carica di tori(che sono il simbolo della squadra locale) che dopo una corsa x le vie cittadine abbattono all’ingresso nel palazzo un pullman con il logo della squadra avversaria!
2-tutti i timeout, con i vari balli delle cheerleaders scimmiottati anche in Europa, ma anche con delle idee tanto stupide quanto divertenti: niente potrà pareggiare la singolare gara tra due spettatori, ognuno con un pallone da infilare a canestro partendo in corsa dalla metacampo, x poi tornare indietro, prendere un enorme X oppure una O a scelta e poggiarle dove volevano al centro del campo dove un enorme # aspettava di essere completata, riproponendo così la moderna versione del vecchio “tris”: boato del pubblico quando uno dei due ha piazzato tre O di fila. Solo in America!
3-la famigliola accanto a Sergio con i bambini indifferenti alla partita, ma gasatissimi alla corsa degli hamburgers(!!) proiettata sullo schermo con la quale assieme al vincitore venivano accoppiati alcuni numeri di un tagliandino consegnato all’ingresso.
(S. - a proposito dei miei vicini di posto: fischio finale, il bambino accanto a me stringe fra le mani un orsacchiotto con la maglia e i capelli rasta di Ben Wallace, un fratello nero che sarebbe più o meno un incrocio fra Gattuso e Materazzi, però alto due metri e cinque, e già mi fa molto ridere l’idea che ne abbiano fatto un orsacchiotto, vabbè… mi guarda e mi fa “lui ha vinto?” e io “ma certo!” e lui “evvvvai!”; mi da un cinque, mi abbraccia, mi danno un cinque gli altri due bambini accanto, mi da un cinque pure suo padre e se ne vanno… campioni del mondo!)
4-il lancio di paracadute dal soffitto con magliette celebrative della partita, ed il lancio delle stesse anche dal campo sottoforma di proiettili con una speciale pistola ad aria compressa.
5- le incredibili ed inimmaginabili porzioni, per non dire blocchi interi, di cibo che sono capaci di mangiare gli americani, al number one probabilmente la vaschetta di patatine croccanti(non fritte, ma proprio croccanti tipo le cipster in Italia) con sopra una glassa indefinibile formata da zucchine cotte, x la quale vanno matti.
Al secondo posto metto la ciambellona a tutto piatto con lo zucchero sopra, praticamente una torta.
Ed infine i mitici popcorns che fanno meno impressione perché anche il Forum di Milano ha l’aria satura degli stessi, ma il bicchiere formato famiglia in mano ad un solo bambino meriterebbe la denuncia x il genitore, peccato che anche lui stia mangiando la sua razione…
Ci sono tantissimi bar, negozi e veri e propri locali attorno ai corridoio del palazzo, alcuni enormi con megaschermo dove molti si accampano, sospetto x tutta la partita, pur avendo chiaramente il biglietto x il posto a sedere nelle tribune.
La restante fauna sale e scende in continuazione le scale, senza nessun timing con le pause del gioco, e la banda dal vivo che suona nei corridoi del palazzo dà l’impressione di essere finiti in un incrocio tra le cucine di una fiera gastronomica e delle balere di provincia.
L’unico momento dove tutti sono coordinati e si fermano insieme, pure togliendosi religiosamente l’immancabile cappellino in testa, è quando suona l’inno nazionale prima della gara, obbligatorio ma mai forzato e cantato alla commozione da gente qualunque del pubblico, non dimentichiamo che lo stesso inno viene cantato non solo ad ognuna delle 82 partite che ogni squadra affronta in un anno, ma anche in ogni singolo giorno che apre una scuola americana di ogni ceto, razza e religione! Dopo un po’ “the stars spangled banner” lo imparano pure i turisti, riconoscibili perché sono gli unici che filmano o fotografano la scena mentre gli americani smettono persino di mangiare!!
Scivolo già fuori dalla partita con religioso passaggio di fronte alla statua di Michael Jordan posta proprio all’esterno del palazzo, con gli spettatori dei quali segnalo l’ultima nota di colore, e cioè che sono vestiti leggerissimi al freddo serale e penso ad ogni italiano abituato a ricoprire sin dalla sua infanzia ogni estremità di ogni bimbo in quello che è matematicamente il paese più caldo d’Europa.
Più si sale geograficamente e nonostante aumenti il freddo, lo stoicismo del popolo di origine anglosassone nonché la mancata conoscenza delle calze dal parte delle donne produce spesso delle gambe viola, ed esportato tutto questo al di là dell’oceano, ecco soprattutto i bianchi di tutta l’America vivere l’inverno quasi con gli stessi vestiti dell’estate, abituati appunto dall’infanzia a braccia e gambe sempre scoperte, oltre al loro leggendario informalismo nel vestire che tanto amo: finchè sono in jeans ci siamo pure noi, molto meno mentre girano con delle tute che a fatica si vedono solo in casa in Italia, il massimo è vedere girare la triplice generazione tutti con la canottiera della squadra sopra il tutone, con quello che sospetto possa essere magari già bisnonno col lecca-lecca in mano, la bandierina della squadra in mano e lo stesso cappellino che si tiene dalla nascita!
Dopo uno spettacolo simile crolliamo a mezzanotte, quando nel nostro orologio biologico sono le 7 del mattino, Sergio è allenatissimo a tale orario, io molto meno e quindi mi sveglio distrutto alle 6 di mattino americane: la città di Chicago la vedremo meglio al nostro ritorno.

31 Dicembre
Grande l’emozione di cominciare un lungo viaggio x la prima volta insieme noi due da soli, due persone che più diverse non si può eppure cresciute con gli stessi principi, mi vesto al solito in 5 minuti mentre Sean è sempre stato molto americano anche in Italia nella loro bizzarra abitudine di una doccia ogni mattina(quando io morirei di freddo e voglio solo mangiare)… non preoccupatevi che me la faccio anch’io ogni giorno, ma da sportivo sono abituato a farla la sera!
E dunque si va, get your kicks on the road cantava una famosa canzone pietra miliare dell’America che avanzava verso nuovi territori quasi inesplorati portandosi dietro persino i primi frigoriferi, i primi juke-box e portandoli verso la frontiera, ancora prima a cavallo avevano portato se stessi, ora l’auto apriva orizzonti veramente sconfinati x un popolo nomade x sua natura (1 americano su 3 ha cambiato stato di residenza negli Usa almeno 3 volte nella sua vita; 1 americano su 2 non ha il passaporto perché hanno già tutto nel loro sconfinato paese).
Gli oceani sono un discreto ostacolo, per dirla con ironia europea, mentre con grandiosità americana loro lo hanno sempre chiamato “il grande stagno”, al singolare perché è storia che l’oceano x eccellenza è quel trafficatissimo Atlantico dove oggi centinaia di aerei al giorno vanno e vengono senza sosta dall’Europa.
Senza scomodare i primissimi pionieri arrivati con le navi, concentriamoci sulla nostra personalissima “nave” da guida x il nostro inizio, larga da fare paura, lunga (come direbbe un noto giornalista) “col cofano in Illinois e col baule in Wisconsin”, la guidi inserendo la partenza con una piccola levetta, ovviamente senza marce e col magico cruise control, ovvero il controllore di velocità che assieme a tutta l’incredibile elettronica presente, Sean decifra interamente già al primo miglio.
Il limite di velocità in una grande città come Chicago viene leggermente disatteso, ma se non siamo alle 65 mph del resto degli USA(105 Km orari) siamo a 75 mph (120 km orari) e comunque sempre tutti alla stessa andatura, senza corsia di sorpasso, cioè se uno proprio dorme lo puoi passare anche a destra…ed un totale di circa 3 curve contate nelle prime 300 miglia (480 km) da Chicago a St.Louis ci fa pensare appunto di guidare una nave in un mare piatto come una tavola.
Al mattino facciamo un giro in centro e sul “magnificent mile” (un miglio, appunto, di soli negozi e teatri) sulle note “sweet home Chicago” estratta dal cilindro di mio fratello, in onore a quei Blues Brothers che sinceramente un po’ ricordiamo! Poi passiamo religiosamente davanti al cartello che indica l’inizio della route 66, al n.5 di Adams st. in pieno centro, ed usciamo dalla città.
Quasi subito si trova il piccolo centro di Joliet, un paesino bello tranquillo con le casette unifamiliari e col prato verde davanti, alcune elegantissime nei mattoni rossi e con gli scoiattoli che attraversano la strada, saltando intorno a qui paletti col lo sportellino x la posta che non finisci mai di stupirti x la loro banalità, semplicità ed efficienza: levetta alzata, posta in arrivo, levetta abbassata nisba e ti risparmi il viaggetto dall’uscio di casa….più o meno come gli immancabili motel sulla strada con la scritta luminosa “vacancy” che fa capire che c’è posto x dormire senza scendere dalla macchina, mentre da italiani non amiamo molto la soluzione americana del McDrive, ovvero quella possibile non solo da Mc Donald’s ma anche in altre catene, dove puoi prendere il cibo direttamente in macchina abbassando il finestrino, ordini, paghi e porti via!
Del resto stì americani avevano pure inventato il cinema con lo spiazzale x vedersi il film dall’auto, anche x fare quelle cose che una volta mamma e papà te le proibivano a casa(oggi a casa i loro figli, quelli italiani, ci si accampano fino a 30 anni).
Torniamo a noi che invece la gente la vogliamo conoscere e così scendiamo a mangiare da Subway, catena di cibo un po’ meno americano del solito, dove il panino te lo fai tu scegliendo dagli ingredienti più europei che americani: resterà il nostro unico Subway con violenta americanizzazione del cibo da ora in poi.
In questo Subway Sergio vorrebbe cominciare i suoi spettacoli verbali con le carinissime dipendenti, ma riceve due telefonate dall’Italia dove si sta avvicinando la mezzanotte di capodanno e crea così una barriera linguistica con le dipendenti forse più spaventate che altro dal nostro aspetto( e siamo solo al primo giorno di viaggio!), cosicché si riparte, trovando sulla strada la cittadina di Springfield, resa leggendaria in Italia dai cartoni animati dei Simpsons. Appena entrati nel nuovo stato del Missouri, ecco St.Louis che ci accoglie con le sue scintillanti luci attorno al Gate (letteralmente “uscita”) cittadino, un enorme arco d’acciaio che simboleggia la porta x il west.
Troviamo un motel sulla strada, x puro caso vicino al quartiere cittadino denominato the hill (la collina) e dove tutto è italiano, persino il ristorante “Adriana’s”(!!) oltre a suggestive illuminazioni decorative delle case e la presenza del nostro tricolore dipinto su ognuno dei caratteristici idranti ai bordi delle strade e su ogni bandiera con la semplice scritta “The hill”.
Ma noi troviamo la mondanità del capodanno in pieno centro, purtroppo con centinaia di giovani in preda ai fumi dell’alcool, totalmente inoffensivi e quasi commoventi nel loro puritanesimo represso x il quale è proibito bere alcolici prima dei 21 anni(se sono oltre ormai hanno già preso l’abitudine di nascosto quando ne avevano 16 o 17…) cosicché appena scappano x una festa senza regole come il capodanno sbracano alla grande.
Il freddo è pazzesco e quasi non dò torto alle ragazze che bevono, visto che sono tutte in tiro con minigonne(ovviamente senza calze) e spalle scoperte; è notorio che nel resto degli USA x ovviare alla regola il resto dell’anno sbracano nelle case oppure nei colleges, ed è un problema serissimo soprattutto x i conseguenti incidenti stradali.

1°Gennaio:
siamo nella notte di St.Louis in un locale dove si ride e si scherza soprattutto con gli uscieri nel tentativo di infiltrarci e x allenarsi al terribile accento midwestern, in perfetta sintonia con l’atmosfera all’uscita nel cuore della notte passiamo casualmente davanti l’enorme fabbrica della birra Budweiser, sempre nel casinistico quartiere di Soulard.
Nemmeno 6 ore dopo siamo in piedi sotto il sole a guardare affascinati un raduno di harleisti, i leggendari motociclisti americani bardati di tutto punto in pelle e jeans con le loro personalizzate moto tutte in fila sulle sponde del leggendario fiume Mississippi(scritto con due p in USA) ed i battelli dei casino galleggianti ricordano perfettamente un passato affascinante, diciamo una sorta di New Orleans del midwest(del resto anche qui i nomi francofoni abbondano, anche se non come nel delta del Mississippi dove si trova la cittadina della Louisiana colpita due anni fa dal terribile uragano Katrina).
Il centro di St. Louis è ordinatissimo e visitabile veramente in 20 minuti, semmai è affascinante rivedere il quartiere italiano di giorno, con i ristoranti più famosi interamente in mattoni rossi come le case.
Lasciata la capitale del Missouri e ripresa la route 66 quasi interamente ricoperta in questo tratto dalla statale 44, ma sempre segnata a fianco nel rispettivo cartello, arriviamo all’altezza delle Meramec caverns: diversi fenomeni geologici x i quali parlano meglio le foto!
Un pomeriggio veramente rilassante, eravamo circa una ventina guidati da un ranger con una fantastica andatura dinoccolata ed un accento midwestern ancora più tremendo dei buttafuori di St. Louis; in un tripudio di boschi e foreste riprendiamo la nostra route 66 x uscirne x la prima volta in quanto la guida segnala la vicina località di Branson come la Las Vegas di provincia!.
Più affascinati dall’idea che gli americani sono capaci di piazzarti un’attrazione letteralmente in the middle of nowhere, cioè nel mezzo del nulla, più che affascinati dall’azzardo in se x sé (non sapevamo ancora dove saremmo finiti dopo 4 giorni…) eccoci a Branson.
Dapprima un enorme outlet dove finiamo x sbaglio, dove Sean chiede indicazioni casualmente alle due cameriere più carine sicuramente dell’intero Missouri, e ci ritroviamo nella zona cosiddetta mondana di Branson che è completamente chiusa, una sfilza di teatri, luci al neon e sale da giochi x non più di 3 km.
Quindi decidiamo di tornare sulla route 66/interstate 44 x sconfinare nell’Oklahoma e fermarci a dormire a Tulsa in un motel a casaccio, addirittura col letto matrimoniale incassato in una minuscola stanza.
(S - ma dove l’indomani Marco Penna trova una stanzetta con televisione e tapis roulant e si può esibire in venti minuti di corsetta alla faccia delle freschissime 36 primavere!)

2 Gennaio:
Tulsa in mattinata rivela distanze enormi x quella che è una piccola cittadina di provincia, fatichiamo non poco a trovare il monumento più assurdo della città, un enorme benzinaio piazzato davanti lo stadio, e dove ci facciamo la prima foto di coppia grazie al solito casuale incontro di Sean con quelle che erano forse le due ragazze più belle dell’Oklahoma.
Se le cameriere del Missouri erano sicuramente le migliori dello stato, qui però siamo al “forse” dato quello che abbiamo visto poi in serata, ma qui ancora una volta serve il suo intervento:
(S - in effetti in serata al Ford Center pareva di stare ad un raduno di veline, forse anche perché la razza era mediamente migliore, cresciuta con abitudini gastronomiche e lavorative un po’ più sane e con un clima più agevole, e poi in un paese diciamo “piccolo” per gli standard americani la partita delle sette finisce per essere un po’ “l’evento” e tutte si sono presentate con l’abito della festa, roba che solo a Milano, ma solo da quando è arrivato Armani e andare a vedere il basket è diventato molto-trendy-molto-fashion… ma per piacere…).
In ogni caso, Tulsa la lasciamo x la fantastica cittadina di Chandler, uno sputo di paese ma con la pompa di benzina più suggestiva dell’intera route 66 che fu.
Per la verità già al centro di Tulsa ripercorriamo tratti originali della Route lasciati intatti, ma la pompa di benzina di Chandler avrei voluto rimetterla in moto a tutti i costi…
Entriamo nel tardo pomeriggio ad Oklahoma City con un tardivo ma fantastico pranzo nella più leggendaria steakhouse del midwest, Cattlemen’s dove Sean è ormai “il carissimo amico” della cameriera Vicki che tra una portata e l’altra lo bastona sulle mani che si mangia in continuazione, con pronta risposta al volo di mio fratello che la fa ancora più ridere: “oh, mi sono fatto sette ore di aereo e nove di macchina per venirmi a mangiare le mani in Oklahoma senza nessuno che mi rompesse le scatole… ti ci metti pure tu adesso!”
Di fronte a questa specie di trattoria dove un cliente su due ha cappellaccio e stivali già in stile texano, ecco un enorme outlet degli stessi articoli dove passiamo un paio di ore ma non compriamo nulla, vuoi x vile pecunia, vuoi x vile stile italiano da salvaguardare dato che fino a prova contraria dobbiamo campare nel belpaese.
Comincia un bellissimo tramonto e ci avviciniamo al centro prendendo una “S. Penn road” che Sergio fotografa prontamente, andiamo dalle parti di Bricktown (letteralmente città del mattone) dove in un tripudio appunto di costruzioni in mattoni rossi scopriamo una discreta presenza italiana, persino qui, ed il tutto è abbellito da un finto canale dove fanno la spola delle mini barche che rendono molto delicato l’insieme.
Ancora più struggente, ma x tragici motivi, è la visita proprio al tramonto che diventa notte (quasi a simboleggiare il crepuscolo della mente umana…), all’edificio dove la follia di un cittadino americano qualunque fece una famosa strage che uccise 168 dipendenti il 19 aprile 1995.
Il muro che lo circonda è pieno di piccoli ricordini da ogni angolo degli USA, ed anche del mondo, e colpiscono molto quelli dei familiari delle vittime dell’11 settembre 2001 che si sentono idealmente vicini a questa altra grande tragedia americana. Ai lati del piccolo laghetto del memorial ci sono 168 sedie vuote, ed ora illuminate al buio, a ricordo delle vittime; due diversi orari alle pareti ed uno specchio d’acqua nel mezzo segnalano il nulla tra le 9.01 e le 9.03 di quella mattina.
Poi l’americano Timothy Mc Veight fu condannato alla sedia elettrica x il suo gesto di quel giorno, che fu compiuto con un camioncino pieno di esplosivo, ed a noi rimasti senza fiato alla visione del memorial non rimane che spostarci nel locale palazzetto dello sport sponsorizzato dalla Ford x andare a vedere un altro match NBA.
Stavolta, rispetto a Chicago, il termine palazzetto all’italiana è più appropriato, comunque siamo sulle 15.000 persone cioè molte di più del più grande palazzetto d’Italia, ed ancora una volta riassumo x sommi punti le differenze caratteriali tra una città e l’altra, tipo Chicago e Oklahoma City, con le perle viste in quest’ultima partita, con una sola premessa: Oklahoma City ospita una squadra di un’altra città, i New Orleans Hornets sfollati dalla Louisiana dallo scoperchiamento del loro palazzo(quello sì veramente enorme, il Superdome, si vedano mie foto in USA 1990) a seguito dell’uragano Katrina, e rimasti ancora x qualche partita ad Oklahoma City x l’ottima risposta di questo pubblico, nonostante il Superdome sia già di nuovo agibile.
Eccovi le perle del pubblico:
1-Questo tifoso meriterebbe di essere presente in tutti e 5 i punti e farla finita qui: trattasi di un tizio che ad ogni partita esce di casa con un enorme mattone (precisando subito che è finto, casomai qualcuno avesse pensato ad un ultrà calcistico italiano!), e se lo piazza in testa ad ogni tiro libero degli avversari.
Ora debbo precisarvi un paio di cose, x chi non conosce il basket ma vuole capire il massimo dell’antisportività (??) americana, o della semplice ingenuità o stupidità degli americani…giratela come volete, ma secondo me il tipo si divertiva, i giocatori in campo pure ed io e Sean avevamo i crampi allo stomaco dal ridere. Il tiro libero è una sorta di rigore calcistico, tutti i giocatori stanno fermi tranne uno che tira da fermo ad 5 m. circa dal canestro, anche chi non conosce il basket sa che il tabellone di vetro dove è poggiato il canestro permette al pubblico di essere visto dal giocatore(in realtà talmente concentrato sul tiro che non vede nient’altro).
Ugualmente, mentre in Italia viene agitato il canestro, vengono tirati aeroplani e palle di carta, oltre a varia produzione orale sia vocale sia ghiandolare, ecco che in Usa al massimo vengono agitati dei cartelli con la scritta “brick”(mattone) e nel gergo mondiale del basket tirare un mattone significa effettuare un tiro sbagliatissimo, oppure vengono agitati dei minitubi di carta o ancora al massimo qualcuno agita le braccia dietro il tabellone ( ed il giocatore continua a fregarsene di solito), ma ecco le varianti dell’Oklahoma!!
Il pubblico dietro il canestro agita delle finte enormi patatine fritte, devo dire che l’effetto giallo deve essere piuttosto abbagliante x chi tira e poi ecco il nostro eroe (che vedrete anche nelle foto) che si mette il mattone in testa, spero x lui che sia in plastica e non in alluminio o altro, e con due fori x gli occhi; non contento esibisce un cartello con la scritta MISS da un lato, e IT dall’altro, ruotandolo x creare la frase SBAGLIALO.
Per chi ancora non lo sapesse, in una partita si tirano circa 35-40 tiri liberi, e questo deficiente avrà ripetuto la scena (mi sono quasi convinto che fosse pagato x farlo, ma nessun disperato accetterebbe un lavoro così) non solo le 20 volte circa che gli avversari hanno tirato dal suo lato, ma anche le altre 20 circa in cui si trovavano nel canestro opposto.
Sospetto fortemente che abiti nel quartiere di cui ho parlato prima, che si chiama BRICKTOWN.
2- a questo punto possono esistere altri 4 punti? Dopo il nostro mito ci metto comunque il DJ del palazzetto che esibisce una musichetta continua x tutta la gara, con stacchetti hip-hop in sintonia col ritmo gara; al momento in cui è venuta fuori una tarantella Sergio mi ha chiesto se x caso fosse entrato in campo qualche italo-americano, ma in campo c’erano forse gli unici 10 neri presenti sul posto…. x non parlare del fatto che ogni infrazione di “passi”(quando un giocatore cammina con la palla in mano senza palleggiare) fatta dagli avversari viene sottolineata da una musichetta spensierata e dalla comparsa di Steve Martin che passeggia fischiettando fra le vie della città… geniali!
3-vedi punto due, cioè accompagnamento vocale, ma stavolta un DJ così bravo non può permettersi di avallare una genialata simile: una risata agghiacciante preregistrata che accompagnava i tiri liberi avversari sbagliati(mentre l’amico col mattone in testa dava un 5 alto con la mano al vicino di posto minimamente infastidito da tale tipo, che x lui deve essere normale in quanto americano egli stesso?!)
4-Le cheerleaders, e le tifose qualunque tra il pubblico, tra le più belle d’America: le meno sformate dagli eccessi culinari delle metropoli, le meglio vestite, le meno foruncolose e le più ingenuamente sorridenti nei confronti del povero Sean ormai 30enne pure lui tra qualche mese(io 36 enne proprio oggi penso a mio figlio/a che nascerà a luglio e che una volta volevo che fosse americano o al massimo canadese, se proprio doveva andare bene….).
(S. - già detto sopra per la fauna femminile, riporto frase storica di Marco Penna durante la partita: “mio figlio sarà incazzatissimo già da piccolo, sarà l’unico bambino senza popcorn e gelato di tutto il palazzo, ma non me ne può fregare niente, può piangere quanto vuole ma io quelle schifezze non gliele comprerò mai!”)
5-la mascotte locale, l’ape Hugo (la squadra si chiama hornets, significa calabroni..) che entra in campo su una moto con un’enorme bandiera della squadra invitando il pubblico a gasarsi dopo l’immancabile sintonia collettiva dell’inno americano, qui cantato veramente col cuore in mano! Ripartiamo sorridenti x sconfinare in Texas ed andare a dormire ad Amarillo (che significa giallo in spagnolo) nel solito casuale motel sulla strada.

3 Gennaio:
Prendere un motel a caso significa però capire dall’insegna e spesso dal prezzo indicato già assieme all’insegna luminosa VACANCY che la camera libera più economica ha un certo prezzo, col quale puoi cavartela con 50, al massimo 60 dollari in due. Non avevamo idea che il vicino ed incomparabile hotel El rancho in stile supertexano costasse più o meno la stessa cifra, ma non avevamo neanche tempo e benzina da fare alle 2 di notte. El rancho lo vediamo di buon mattina da semplici turisti, riesco a farmi dare persino una chiave x visitare la stanza dedicata a Kirk Douglas, x l’intero albergo parleranno le foto!
Sulla breve strada dal nostro motel dove facciamo benzina proprio di fronte (un pieno esatto al giorno x circa 800 km giornalieri alla ridicola cifra di 35 dollari, e non abbiamo MAI pagato un pedaggio stradale: che bello viaggiare in America!) all’hotel El rancho abbiamo visto le bellissime red rock hills, ovvero delle colline di roccia rossa che mi ricordano tanto l’Ayers Rock australiano! Ad Amarillo la città, quasi paese, presenta bei tratti originali della route 66, e seguendo la stessa ci avventuriamo in aperta campagna verso una genialata da galleria d’arte a cielo aperto che solo gli americani possono concepire.
Si tratta di alcune cadillac riverniciate con colori sconsigliabili ai daltonici ed agli impressionisti francesi tanto cari alla famiglia Penna, seppellite x metà sul terreno col cofano in giù, anche qui farei parlare le foto.
Da notare soltanto che arrivati all’uscita segnalata come opportuna soltanto dalle nostre guide, non troviamo nessuna indicazione x le cadillac e quindi ci fermiamo presso un carrozziere che senza nemmeno farci dire “buongiorno” ci dice che le cadillac sono 500 m. più avanti.
Probabilmente questo tizio si sente fare la stessa domanda da circa 50 anni, dato che la sua officina e lui mostrano i segni del tempo, ed anche le stesse cadillac sembrano essere lì da mezzo secolo: ci saluta ridacchiando, forse perché sa cosa ci aspetta…! Lo scioglimento della prima sorprendente spolverata di neve del nostro viaggio ha infatti ridotto la breve distanza dal cancello alle macchine isolate in mezzo ad un campo ad un pantano!
Quindi mi armo di due sacchetti della spesa e li annodo intorno alle scarpe limitando in qualche maniera i danni, ed oltretutto nonostante il sole è pur sempre inverno ed in America il freddo lo senti soprattutto quando si alza il vento, come oggi! Mi tocca cambiarmi scarpe e jeans in mezzo alla strada mentre altri turisti, dopo aver visto il mio stato, decidono che non è il caso di avventurarsi, e ripartiamo morti dalle risate x entrare nel New Mexico, stato ovviamente confinante col Messico vero e proprio, trovando ancora più neve ai bordi delle strade! Sergio accende la telecamera e mette “a sort of homecoming” degli U2: devo dire che quei primi versi che parlano di “un viaggio attraverso i campi innevati verso le luci in lontananza” sembrano davvero fatti apposta…
La cittadina di Tucumcari presenta uno degli alberghi più leggendari della route 66, il Blue Swallow, veramente cadente e piccolo… e proprio di fronte presenta un originale negozio a forma di teepee (la tenda degli indiani) dove un certo Mike da 50 anni vende bellissimi souvenirs di ogni tipo sulla Route 66.
Ripartiamo e ci ritroviamo, sempre sotto un meraviglioso sole, a restare sulla route 66 che però non è più parallela all’interstate 40 (la 44 la si lascia ad Oklahoma city), bensì effettua una larga curva x passare dalla cittadina di Santa Fè. Si mangia dapprima in una pompa di benzina il solito panino cellophanato, poi biscotti vari e l’immancabile hot dog x Sergio, siamo in un paesino chiamato Las Vegas che col Nevada non c’entra niente: non sapevamo che saremmo arrivati x caso nella vera Las Vegas…
A Santa Fè la neve raggiunge livelli preoccupanti x la tenuta di strada, la via più caratteristica del centro è la Canyon road disseminata di gallerie d’arte, e x la sua forma tortuosa in salita non riceve i raggi del sole quindi è anche l’unica strada del paese dove è meglio farsela a piedi, vedendo così le bellissime gallerie d’arte fra cui una gestita da un tipo originario di… Reggio Calabria! Più giù al centro del paese giriamo tra i negozietti di manufatti indiani spendendo una rifocillante merendina nell’insuperabile Guadalupe Cafè, cominciando a sentire lo spagnolo a destra e manca pur essendo sempre in USA…
Più giù al centro del paese notiamo l’incomparabile stile Adobe che caratterizza le costruzioni e persino un albergo all’altezza della splendida plaza de Taos..
E’uno stile di un’eleganza squadrata ed al tempo stesso fantasiosa talmente creativo da avere dato il nome di ADOBE a quei programmi come Acrobat o Photoshop coi quali su Windows milioni di persone nel mondo lavorano col computer. Temiamo la ghiacciata delle strade in serata quindi ci ricongiungiamo all’interstate 40, e rimanendo sempre nella route 66, arriviamo nella capitale di Albuquerque della quale vediamo un cinema dove impazzò dal vivo James Dean, cult del cinema Usa anni’50, poi una bellissima stazione dei Greyhounds, i famosi bus americani, e poi ancora il top con lo struggente “66-diner”, sorta di incrocio tra pub e ristorante dove tutto, comprese le attuali camerieri che indossano grembiuli anni ’50, rimanda all’atmosfera dei mitici telefilm tipo “happy days”.
Sergio si butta di nuovo sul cibo spazzatura a stelle e strisce, recitando a memoria “io non magno maccaroni! magno come l’americani!” e tutto lo storico monologo di Alberto Sordi,, io non posso fare tanto di meglio, il cameriere è simpaticissimo nel guidarci ad un’altra stanza di memorabilia della route 66 ed usciamo veramente soddisfatti x andarcene a dormire 2 ore più ad ovest quasi al confine con l’Arizona nella cittadina di Gallup.

4 Gennaio:
A Gallup il nostro motel è abbastanza vicino alla prima attrazione dell’Arizona dove si entra, scalando un’ora indietro nel fuso orario, in un tripudio di rocce rosse ai lati tipo far west, ed in perfetta sintonia con l’unico parco nazionale americano attraversato dalla route 66. Si tratta in realtà di due parchi uniti, il “painted desert” e la “petrified forest” i cui nomi sono abbastanza espliciti, ma che mai ci avrebbero fatto pensare di vedere quello che più che mai è riassumibile solo dalle foto.
La giornata è clamorosamente calda, ed il ghiaccio accumulatosi sotto la macchina va via velocemente, con un solo biglietto si entra da nord vedendo prima il painted desert dagli incredibili colori e poi si esce da sud vedendo la foresta pietrificata dove secolari alberi frantumatisi sul terreno ne hanno assorbito i minerali creando giochi di luce e di forme notevoli.
Sarà la prima impressione quella che conta, ma è il deserto dipinto che ci ha colpiti di più, oltre ad un originale parafango originale di una vettura dell’epoca con l’immancabile scritta route 66 che si vede nelle foto.
In sole 19 miglia dal sud del parco ci si ricongiunge alla route 66 arrivando nella cittadina di Holbrook, non prima di aver visto un singolare monumento ad un antichissimo albero intitolato al famoso capo indiano Geronimo con tanto di targa, maglietta celebrativa, spille in vendita ecc. Sempre e solo in America!.
Rimaniamo in tema di stramberie arrivando ad Holbrook dove il Wigwam Motel è forse il più originale motel sulla route 66: 12 tende indiane ovviamente in cemento fungono da altrettante stanze x i clienti, e davanti sono parcheggiate vetture d’epoca arrugginite da mezzo secolo, compresa una Chevrolette Impala come la nostra, ma sicuramente ancora più affascinante!. Ad Holbrook il Joe & Aggie’s cafè si vanta di essere il più originale cafè della Route 66 e qui spendiamo un buon pranzetto ed un veloce shopping di fronte da Julien’s, che veramente ha tante di quelle memorabilia sulla route 66 da fartela quasi uscire dagli occhi.
Ripresa la route vera, d’asfalto, vediamo sfilare ancora tanti paesini caratteristici e facciamo un’uscita al “Jack rabbit trading post”, ufficio postale rimasto come ai tempi con tanto di pompa di benzina d’epoca davanti, anche se dentro il business moderno ha il sopravvento: la stanzetta dei reperti d’epoca è quasi sul didietro e felpe, magliette e merchandising vario sono in bella mostra in primo piano.
Come ricordini della route siamo già a posto, e ripartiamo alla volta di Flagstaff, città che volge a paese o forse il contrario, con una fantastica cena in un pub con notevole cameriera messicana che però non habla espagnol ed è totalmente americana anche nel modo di fare.
Sean strappa l’email di tale Tiffany, sperando di portasela un giorno a colazione dove dice lui, ma la stessa gli cade dal cuore nel momento in cui le chiediamo l’indicazione x quella che una foto nella guida dice che si tratta della “piazza più bella di Flagstaff, sulla strada x il Grand Canyon”.
Forse ingannata da quest’ultima dicitura, la cameriera sostiene di “non averla mai vista in vita sua”, che magari si trova all’ingresso del Grand Canyon (distante 200 miglia, cioè 320 km, e visto nel 1990: si vedano foto di USA 90) e che comunque a Flagstaff non esiste di sicuro.
Usciamo dal locale, facciamo 20 metri contati ed alla prima traversina la piazza si presenta davanti a noi nella sua bellezza, ecco sarà bella anche l’americana d’adozione, ma non sapere dove vive…
Ci ridiamo sopra, mio fratello butta l’email (ma sarà vero?) e ci allontaniamo sulla route 66 sempre e solo verso il west…
Ci sarebbe la cittadina di Seligman con un famoso barbiere che fu il fondatore del club della route 66 con un barber shop che promette le solite memorabilia sulla route 66 della quale ormai siamo pieni, e complice il fatto che io dormo alla grande mentre guida mio fratello, la saltiamo e ci ritroviamo molto più avanti nel paesino di Kingman, dove ci fermiamo solo perché siamo a secco di benzina.
Mi sveglio al trambusto dal benzinaio, dato che anche di sera in USA le pompe di benzina sono strapiene di gente che compra da mangiare, e vedo un cartello “Las Vegas 100 miglia”, cioè 160 km,: e sono “solo” le 11 di sera.
Guardiamo la cartina, bisognerebbe lasciare la Route 66 ma senza perdersi quasi niente dato che il successivo significativo paese lo ritroveresti sulla Route 66 anche uscendo da Las Vegas verso il sud-ovest.
Quindi a Kingman lasciamo la route 66/interstate 40 e guido in un’ora e mezzo verso nord-ovest lungo una strada che più dritta non si può x vedere una specie di alba anticipata pur avendo scalato un’altra ora indietro, dato che nel Nevada scatta il fuso orario del pacifico e quindi alle 11,30 di sera siamo a Las Vegas!! L’alba anticipata di cui parlavo è ovviamente data dal fatto che già a 100 km circa di distanza le incredibili luci della città, ancora nascosta da un’alta montagna in quel punto, rischiarano completamente il cielo!
Lasciamo la macchina sotto il parcheggio del leggendario Venetian Hotel rimanendo senza fiato alla visione dello stesso, poi giriamo un po’ x la città sempre incredibile nel suo concentrato di pacchianeria, e rispetto al giro di ben 17 anni fa vedo anche nuovi hotels a tema “cittadino”; cioè New York, Parigi, Il Cairo…ma come già detto da dentro dei nuovi vedo solo il Venetian e ripasso il sempre magnifico Caesar’s Palace.
Ora sono le 5 di mattino, le 7 del mattino nel nostro orologio biologico dato che appena due giorni fa eravamo 2 ore indietro in New Mexico, e ho gli occhi rossi non solo x il sonno, ma anche x il fumo altrui, a cui non ero più abituato dato che in America è concesso ovviamente solo a Las Vegas.
Usciamo dalla stessa capitale dell’azzardo senza avere speso o guadagnato un dollaro; troviamo un fortunoso motel circa 50 km più giù, nel paesino di Baker che raccomando (si fa x dire) a tutti coloro che da L.A. vanno a L.V. o viceversa, e così siamo già entrati in California…

5 Gennaio:
Poche ore di sonno x rimetterci sulle prime strade californiane, non quelle mitizzate sulla costa, ma quelle trafficate dell’interno per ritrovare la route 66 a Barstow, e da lì andremo a Los Angeles. Poco prima di Barstow però c’è la forte attrazione della cittadina fantasma di Calico, interamente ricostruita x i turisti, una piacevole oretta da spendere nel west di una volta ripensando anche ai capolavori del genere western firmati dal “nostro” Sergio Leone e facendo un demenziale remake de “il buono, il brutto e il cattivo” con quel primo piano stretto sugli occhi del quale è stato protagonista anche Totti prima del rigore contro l’Australia ai mondiali…
Rientriamo dunque nel traffico degli ultimi km. della intestate 40/route 66 col caldo che ora si fa quasi forte, passiamo davanti al viale alberato dei mitici “Joshua Tree”, dove Sergio rallenta giusto un attimo in onore a quello che è il titolo di uno storico album degli U2 al quale è particolarmente affezionato e dove è racchiusa anche “where the streets have no name”, canzone quanto mai adatta a questo viaggio.
Arriviamo così a Los Angeles nel tardo pomeriggio con un veloce pranzo al Burger King in un quartiere che più ispanico di così si muore.
La guida x le strade è altrettanto “latina”, e ci siamo quasi disabituati, comunque raggiunto lo Staples Center, il palazzo dello sport piazzato in piena downtown, ed entriamo un’ora prima della partita x l’unico selvaggio shopping sportivo x i tanti nostri amici tifosi dei Lakers in Italia. In downtown avremmo pure tempo di vedere il piccolo pueblo dei primi ispanici che fondarono L.A., ma a parte che lo ricordo ancora bene del nostro viaggio del 1990, adesso con la macchina è un’impresa trovare un parcheggio, e quindi la lasciamo di fronte il palazzo dello sport, ed anche le altre attrazioni cinematografiche già viste di L.A. le ritroviamo…in campo!
La città dello spettacolo, della Hollywood che tanto mi aveva sconvolto appunto anni fa col contrasto tra i suoi senzatetto ed i suoi miliardari, la ritrovi nell’incredibile pericolosità del parcheggio a pagamento in piena downtown dove arrivano una marea di rappers che ti squadrano malissimo dalla testa ai piedi, ma anche di bianchi con sfavillanti macchinoni x la partita.
La partita, appunto:
1 – Un secondo prima dell’inizio si abbassano le luci e sul mega schermo appare una scritta abbastanza eloquente scandita dalla voce profonda dello speaker: “welcome - to - the - show”, ed il pubblico in effetti applaude di più una giocata spettacolare di una essenziale, ma più produttiva.
2-Lo scontro tra le due stelle forse più mediatiche dell’intera NBA, con quella avversaria nota al mondo sportivo x essere il cestista uscito dal classico ghetto nero della triste mitologia dei campioni riscattati dallo sport, uno scricciolo di 1,80 m. con un cuore immenso, tatuato dalla testa ai piedi, scomodo ma sincero come pochi…la stella locale invece perfetto giocatore da Hollywood nella sua bravura ed eleganza e nei modi sempre garbati, nero atipico (sempre secondo stereotipi) cresciuto in Italia al seguito del padre ex giocatore. 3-migliore in campo un altro avversario alto appena 1,65 m., ovviamente amato da tutti i bambini, questi ultimi meno volgari di quelli di Chicago e meno ingenui di quelli di Oklahoma City, li vedo figli di una terra felice baciata da sole e dal benessere(x chi ha i soldi), li vedo andare via coi genitori abbronzati pure d’inverno e più che mai in bermuda e maglietta (ricordate la teoria dei 10 gradi in meno circa di ogni americano?!).
4-pubblico abbastanza composto, mai troppi sali e scendi dalle scale, è un pubblico più latino con tutti quegli ispanici tanto anarchici nella vita di tutti i giorni quanto disciplinati in un palazzo dello sport(più o meno come in Italia), mentre a Chicago, ma anche in altre metropoli dell’Est come NY, Washington e Philadelphia ho visto animali metropolitani incapaci di star seduti, forse già meno a Boston con la sua forte componente irlandese che crea un minimo di aplomb, oltre che (senza razzismo, eh…) è il pubblico più bianco degli USA.
5-Ovviamente all’ultimo posto la tragedia del confiscamento della telecamera x Sergio, vero e proprio Truman show mutilato nella sua appendice goliardica di questo viaggio, alla fine della partita se la riprende quasi in lacrime.
(S. - fastidio incredibile per la telecamera, lo ammetto, però era l’unico modo per portarmi idealmente in giro anche i miei amici! Ma lasciatemi aggiungere una nota di colore e calore sulla statua all’ingresso del palazzo di Earvin “Magic” Johnson, uno di quei giocatori che davvero hanno contribuito a trasformare la NBA nello spettacolo che è adesso e che rappresenta come pochi il concetto di sport “all’americana” nel senso puro del gioco, con le sue interviste a fine partita, le battute, gli scherzi e le sfide con i giornalisti, il pubblico e gli avversari; l’uomo che pur avendo vinto tutto (anche l‘Aids) viene ricordato nella sua statua per “quel sorriso che illumina lo schermo e trascina la gente”; il giovane giocatore di college che brevetta con un suo compagno il “gimme five”, ovvero quel “cinque” con la mano che oggi tutti gli sportivi e non solo si scambiano in campo e fuori; il ragazzino che alla sua prima finale, col mitico Kareem Abdul-Jabbar infortunato, si siede al suo posto nell’aereo e dice ai compagni più vecchi, più esperti e già pronti alla resa “ragazzi, tranquilli, che stasera ci penso io e vi porto alla terra promessa” per poi condurli davvero alla vittoria; Magic che ha letteralmente inventato lo “showtime” non fine a se stesso, con giocate tanto incredibili quanto efficaci; che ha vinto e perso in campo, ma che fuori ha sorriso sempre, anche nei momenti davvero drammatici… perché questa è l’America, perché è giusto così… perché “nel basket, come nella vita, bisogna scendere in campo per vincere, per divertirsi e per fare felice la gente”.

6 Gennaio:
Arriviamo a mezzanotte nel bell’ostello sul leggendario lungomare di Santa Monica e, complice anche la rumorosa camerata da 8 persone, ci risvegliamo molto presto l’indomani mattino per una passeggiata verso la spiaggia in uno sconcertante contrasto di un centinaio di ipervitaminizzati corridori americani di ogni età (e quasi mi dà fastidio segnalare ancora che sono tutti bianchi) ed un altro centinaio di senzatetto che hanno dormito d’inverno all’aperto (ma rispetto ai senzatetto delle altre città qui sono bianchi in maggioranza).
La Route 66 è segnalata x tutto il Santa Monica boulevard che scende perpendicolare all’oceano, ma poco prima della fine fa anche una deviazione parallela all’oceano all’altezza del Lincoln boulevard; alla fine termina proprio all’altezza del cartello d’ingresso al molo di Santa Monica. Vediamo bene il leggendario lungomare di Santa Monica dove Forrest Gump terminò la sua folle corsa x gli USA, ovviamente in un negozio a tema dello stesso Bubba Gump facciamo gli ultimi acquisti ed ad ora di pranzo rilasciamo la macchina nell’enorme aeroporto x prendere un volo low cost x Chicago.
La macchina l’abbiamo lasciata a L.A. con 3000 miglia esatte percorse (escludendo quelle segnalate prima di prenderla), quindi abbiamo guidato esattamente x 4800 km che in 6 giorni fanno 800 km al giorno di media!!. La route 66 è ufficialmente 2448 miglia, cioè poco più di 3900 km, ma le nostre deviazioni ci hanno portato alla cifra di cui sopra.
Dal secondo aeroporto di Chicago ( e meno male che il primo è il più trafficato del pianeta!) con la metro arriviamo all’ostello locale, poi un bellissimo giro serale in una città vivissima, forse anche perché è sabato sera, uno sfavillio di locali, teatri, cinema, pubs, persino la leggendaria “house of blues” del mitico John Belushi. Mangiamo nell’ennesima steakhouse e giriamo ancora attorno ai bellissimi ponti sul fiume, all’altezza del cosiddetto LOOP (significa “cappio”), è una sorta di rettangolo dove girano treni e metropolitane provenienti da ogni angolo della periferia: molto suggestivo perché è tutto scoperto cioè sopraelevato rispetto alla strada.
Poco prima all’altezza della bellissima fontana di Buckingham abbiamo avuto una vista mozzafiato sul profilo dei grattacieli illuminati non solo dalle luci artificiali, ma anche da un’incredibile luna piena.

7 Gennaio:
La nottata si rivela meno sonora di quella californiana, benché siamo in 10 e non più 8 in camera, e la mattina la dedichiamo tutta alla torre locale, la cosiddetta Sears tower, dove raggiunto il 103simo piano in 58 secondi siamo dapprima siamo un po’ coperti da una leggera foschia, che però va via subito e ci permette di avere una discreta visuale sulle spiagge(!!) dell’immenso lago Michigan, del quale anche con visibilità totale non vedi la fine perché è enorme!
La Chicago di Al Capone, dei successivi Intoccabili, della Lincoln St. dove fu ucciso il leggendario bandito John Dillinger è nei giri turistici puramente commerciali come quei “mafia tour” che detesto tanto a Palermo, ed una città come Chicago va vista secondo me solo in chiave moderna: una modernità eccezionale nella sua vivibilità.
Una discreta Little Italy, nel nostro caso, ma con una fortissima emigrazione polacca ed anche slava che ne fa la seconda città polacca al mondo dopo Varsavia ed in generale quindi un’emigrazione ormai integratissima, ma che fatalmente ha dato un’impronta meno “latina” alla città e se vogliamo anche molto meno disorganizzata rispetto a certe realtà di New York o di Los Angeles dove alla fine mezzo mondo convive sostanzialmente nel proprio guscio. Altra metro dal LOOP x andare verso l’aeroporto internazionale e scoprire in un cartello, proprio un attimo prima di partire, che Chicago è gemellata con Milano, praticamente la nostra città d’adozione, dove arriviamo all’alba dell’8 gennaio e ci salutiamo dopo un volo perfetto.

 
           
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