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Autunno 2008. USA: New York, New York!


Eccomi ancora una volta nella capitale del mondo, la meno americana delle città d’America e la più americana delle città del mondo (è la definizione che da sempre ritengo più azzeccata per la cosiddetta Big Apple).
Ho girato ormai 36 stati su 50 in USA, ma non c’è nessun altra città che conosco meglio di New York, dove non ho mai ritrovato gran parte degli elementi caratteristici del resto del paese, ma semmai del resto del mondo: in questa visita cercherò di vedere le, ormai pochissime, cose di NY che non ho mai visto.
Il famoso crogiuolo culturale, che devo dire si realizza malgrado le divisioni talvolta ben nette da un quartiere all’altro, si realizza seguendo confini spirituali, quasi tracciati nell’aria ed individuabili seguendo dei percorsi ben definiti in base al proprio singolo interesse, un po’ come le “vie dei canti” australiane (una sorta di collegamento musicale in un'altra nazione senza confini geografici o economici).
La New York che tutti ricerchiamo è inconsciamente quella del cinema, nel mio caso di TUTTI i film di Woody Allen o di Spike Lee (tra i registi) del quale nel corso delle oltre 10 volte che sono stato qui, spesso per settimane, sono andato a cercare dal vivo tutte le location cittadine, poi degli oltre 20 film girati qui da De Niro e dei tanti di Al Pacino, degli oltre 10 clip musicali salvati nel mio pc tra quelli girati a New York, degli oltre 20 campetti di strada dove sono state giocate partite memorabili che hanno fatto la storia del cosiddetto basket di strada (il mio sport preferito, ho giocato in 11 di questi campetti dalla mia prima volta qui 22 anni fa).
Infine, la recente scoperta delle location del telefilm “sex and the city” ambientato interamente a New York e del quale nell’ultimo anno ho rivisto più volte in DVD tutte le 6 serie da 18 puntate ciascuna, solo in inglese x giunta frenetico e newyorchese più che mai (si dice che a NY le cose si fanno in “a NY minute”, ovvero il minuto newyorchese corrisponde a due minuti del resto del paese…).
Ma partiamo dal mio primo giorno qui:
4 novembre
Aereo semivuoto perché tutti gli americani sono in patria a votare proprio oggi x il nuovo presidente, quindi arrivo a metà pomeriggio lasciando la mia roba al Chelsea star hostel, 30th street con 8th avenue in una camerata di 10 persone, 5 letti a castello con il bagno in camera (e non in comune con tutte le altre camerate, cosa abbastanza frequente in passato): con questo sono esattamente a 201 ostelli x 567 notti in viaggio nella mia vita, come detto altre volte non mi sembra però il caso di aggiornare nella homepage del mio sito i numeri (di ostelli e notti ivi passate, tratti da 20 anni di diari scritti a mano); tali numeri sono simbolicamente “fermi” nella mia presentazione bilingue della mia filosofia di viaggio…a momenti arrivo a quasi due anni della mia vita spesi in giro, in realtà sono ben oltre il biennio on the road perché non ho mai contato gli hotels veri e propri, che temo però restino in minoranza rispetto ai fantastici ostelli che mi hanno permesso di conoscere centinaia e centinaia di persone di tutto il mondo.
In questa occasione, x esempio, tale Masahiro dal Giappone, che dorme nel letto sotto il mio, ha la geniale idea di regalarmi il biglietto x la visita ad Ellis island, dopo che io gli chiedo info x tale meta che lui ha visto proprio in mattinata! Il suo biglietto ha validità 2 giorni, quindi me lo regala perché a lui non serve due giorni di fila, e mi conferma che il posto è imperdibile!
Ma ho ben altro da fare nella mia prima mezza giornata, anzi nottata, newyorchese, ovvero andarmene a Times Square a seguire dal vivo la maratona elettorale con la tensione incalzante del testa a testa tra i due candidati Barack Obama e John McCain.
Da subito Obama prende un vantaggio incolmabile, diventando il primo presidente nero d’America, anche se in realtà è mulatto; divertente il collegamento della televisione nazionale NBC che trasmette in diretta la mia faccia in primo piano tra la folla, mi rivedo anche nel megaschermo in alto sulla famosissima piazza mentre con la mia telecamera sto riprendendo…me stesso, in scala gigante!!!
5 novembre
Vado in ostello a dormire alle 3 di notte, in realtà già le 9 del mattino nel mio orario biologico ancora regolato sull’Italia, ma prendo il ritmo di vita americano presentandomi regolarmente alle 9.30 locali alla prima partenza mattutina verso l’isoletta di Ellis Island, posta accanto la famosa Statua della Libertà.
Il museo dell’emigrazione che vi si trova è qualcosa di toccante e grandioso al tempo stesso; in passato ero stato 2 volte alla Statua e mai al museo perché solo ora sono sempre più informato e curioso verso la storica emigrazione negli USA: dietro il bel museo c’è un muro dove sono elegantemente scolpiti i nomi degli oltre 60mila donatori e ritrovo, in perfetto ordine alfabetico, la famiglia di miei probabili antenati, Vincenzo e Teresa Penna.
Ritorno a Manhattan riprendendo il ferry in una mattinata di un grigio indefinibile, riprendo la metro (ho fatto un pass settimanale sin dal mio arrivo in metro dall’aeroporto verso il centro) e, dopo la lunga passeggiata del ponte di Brooklyn, riprendo dalla base del ponte la stessa metro linea 4 verde senza sosta fino alla parte più alta del Bronx.
Dalla metro stessa, che diventa sopraelevata non appena si lascia Manhattan, mi emoziono a rivedere all’altezza della 161th street lo Yankee stadium, lo stadio del baseball più famoso d’America, dove hanno appena giocato l’ultima partita x costruirne uno nuovo (la fessura dello stadio, che lo rende visibile da dentro la metro in corsa, mi permette di vedere i lavori in corso x 5 secondi) ; scendo all’altezza della 183th street in pieno Bronx e m’incammino a lungo x arrivare dalle parti di Arthur avenue.
Ovviamente non ci sono i palazzi scintillanti di Manhattan, ma x come ho visto lo stesso Bronx vent’anni fa, direi che stavolta ho beccato la zona forse più tranquilla, con bianchi sempre ed ovviamente in minoranza ma nemmeno un’occhiata strana nei miei confronti…vedendo la mia direzione poi si capisce facilmente che vado verso Arthur avenue.
Qui il Bronx diventa tutto bianco, ma non un bianco anglosassone di biondi dagli occhi chiari, bensì siamo chiaramente nel sud Italia, con musiche, vestiti e dialetti più riconducibili agli anni ’70 che non ai nostri tempi. Dopo che la pubblicizzatissima “little Italy” di Manhattan è stata nel corso degli anni inglobata dall’espansione dei vicini cinesi, ecco che molti italiani si sono spostati qua su, ed infine molti altri sono andati all’altro lato completamente opposto della megalopoli, ovvero nel quartiere di Bensohurst a Brooklyn…ma pare che laggiù si siano diradati ulteriormente con figli ormai americani DOC sparsi x NY e nel resto d’America (è storia che la nostra emigrazione si è praticamente arrestata nell’ultimo trentennio).
Una parentesi su Brooklyn che da solo coi suoi 4 milioni di abitanti potrebbe essere la quinta città d’America, mentre NY in totale ne fa quasi 10 milioni, ricapitolando i 5 distretti che la formano: Manhattan, Brooklyn, Queens, Bronx e Staten island. Invece Harlem che viene spesso scambiato x uno dei 5 distretti non è altro che la zona nord di Manhattan.
Eccomi finalmente arrivato in 15-20 minuti a piedi ad Arthur avenue in un Bronx che più che tranquillo sembra malinconico, o comunque periferico non solo x motivi geografici ma anche economici, pur non conoscendo certamente la povertà di altri quartieri di NY: pranzo qui nel mercato coperto pieno di nostri prodotti tipici.
Riprendo ancora una volta lo stesso tragitto, prima a piedi e poi in metro, x ritornare tra le luci di Manhattan che si stanno giusto accendendo x sera: mi sposto di pochi metri dal mio ostello Chelsea star, rimanendo nella stessa 30th street, ma passando dalla ottava alla settima avenue, x portare il mio bagaglio all’hotel Pennsylvania dove dormirò le mie ultime 5 notti newyorchesi assieme al gruppo folkloristico di Agrigento, mia città d’origine, che ho aiutato ad allestire un paio di perfomances presso i club italoamericani di NY.
Esco dal famoso palazzetto (posto esattamente di fronte l’albergo), cioè il Madison Square Garden, (dove ho visto la partita NBA tra i locali Knicks ed i Charlotte Bobcats di cui è presidente il famoso ex giocatore Michael Jordan e mi dirigo in albergo.
6 novembre
In mattinata sbrigo una pratica in particolare x il direttore artistico del gruppo, mentre i ragazzi del gruppo folkloristico vanno a vedere Ground zero (che a questo punto recupererò l’indomani, purtroppo senza di loro), e nel pomeriggio siamo già alla prima loro performance presso la St. John’s University con ben 45 minuti di sola andata di bus x arrivare nel Queens.
Il folto pubblico italoamericano applaude i balli del gruppo, grazie al quale provo una nostalgia della mia città natale che non ho mai provato in quasi vent’anni di viaggi, di cui i primi 15 solitari(dai miei 17 ai miei 32 anni, poi dal il mio matrimonio a 33 anni ai miei attuali 37 prima con moglie e poi anche con mia figlia, però entrambe assenti qui a NY). Ritorno in nottata a Manhattan.
7 novembre
Giornata libera x tutti: io recupero Ground zero, sottoponendomi alla lunga e commovente fila x vedere il piccolissimo museo, poi vedo la vicina caserma dei pompieri ed infine salgo verso il Winter Garden, un elegante centro commerciale che già avevo visto, e dal quale oggi è possibile vedere Ground zero dall’alto. Diversi operai si affannano lì dentro, ma tutto sembra assolutamente fermo da anni…
Con un paio di fermate di metro mi sposto nel carinissimo quartiere del Village, visita di cui ho ricordato all’inizio del diario lo scopo: andare a rivedere i luoghi del telefilm mononewyorchese “sex and the city”!
In questo telefilm 4 ragazze rampanti si muovono nel contesto altrettanto frenetico e dinamico, soprattutto da un punto di vista sentimentale, di una città che dà e toglie tantissimo da un punto di vista affettivo; gli assurdi ritmi lavorativi di New York non permettono una vita regolare in campo affettivo, a ciò aggiungendo le infinite occasioni di svago tra discoteche, musicals, cinema, gallerie d’arte, ristoranti, pubs, templi dello shopping e chi più ne ha più ne metta!
Il Village è un’oasi di tranquillità in piena Manhattan, rivedo tra Bleecker street e Perry street rispettivamente la pasticceria Magnolia, che compare spesso nel telefilm, e la casa dove abita la protagonista Carrie. Per fare capire il potere mediatico a livello planetario di questo telefilm, basti pensare come abbiano dovuto stampare un libro, in realtà inesistente, che nel telefilm veniva considerato come normalmente esistente nella vita di tutti i giorni…x tacere del quadruplo(!!) giro giornaliero che viene effettuato a circa 60 $ x rivedere le location del telefilm, quasi tutte dentro Manhattan…
Io mi sono mosso in proprio scontrandomi con un muro umano nella piccola Magnolia bakery, sempre strapiena tutto l’anno proprio x l’esagerata pubblicità ricevuta dal telefilm, più che x la bontà dei dolcetti e trovando una catena davanti i gradini della vicina casa di Perry street perché la reale proprietaria non ne poteva più della gente di tutto il mondo che saliva sugli 8 gradini davanti casa sua x farsi la foto davanti al portone! Nei 2 minuti che ci sono passato io ci siamo scambiati la macchina fotografica x la foto di rito almeno in 10 persone, guardandoci fra di noi perfetti sconosciuti con l’aria complice di chi sapeva di essere lì x la stessa curiosità verso la casa di Carrie! Devo però lasciare la NY da telefilm e mi basta fare un solo isolato a piedi x andare allo splendido Chelsea market, la cui struttura esterna è già originale, come si vedrà dalle mie foto, ma niente può superare l’originalità dell’interno, dove vecchio e moderno convivono con un’armonia incredibile. Fra l’altro, mi trovo lì nell’affollatissima ora di punta che corrisponde (più o meno, data l’inesistenza del rispetto degli orari x mangiare in USA…) al pranzo, cosicché le numerose soste x golosi sono tutte strapiene di gente, ma non mancano negozi di abbigliamento, ovviamente casual come l’intero quartiere del Village.
Riprendo la metro x spostarmi sino alla 57th street all’altezza del Columbus circle x salire al Time Warner Mall, un centro commerciale come tanti altri, ma con un’insuperabile visuale di Central Park. In effetti dalla vetrate dell’ultimo piano la visuale del parco, partendo dall’angolo sud-ovest, è assolutamente mozzafiato, più che mai al tramonto! All’angolo, la visuale è purtroppo seminascosta dall’immancabile Trump Tower di turno, da non confondere con quella più famosa, praticamente sulla stessa 57th street, ma completamente dall’altro lato, cioè ad est e precisamente all’incrocio con la 5th avenue.
Riconosco il punto del parco dove ho terminato la maratona di NY nel 1999 (un vero peccato averla mancata x un paio di giorni in questa occasione, dato che si disputa ogni anno la prima Domenica di Novembre) e spendo un tardivo pranzo nello splendido piano interrato del Time Warner Mall dove il cibo in vendita è esclusivamente biologico; pensate che ho mangiato del riso ai 5 cereali con tranci di salmone nell’immancabile vaschetta americana extralarge x soli 16 dollari, compresa pure l’insostituibile pink lemonade (la limonata rosa della Snapple che è d’obbligo in ogni giornata della mia vita in USA).
Ritorno indietro in metro alla fermata di Penn Station x prendere il treno…avete capito bene, nei sotterranei della stazione si accavallano la più trafficata stazione dei treni ed un paio di linee della metro; per giunta SOPRA c’è il palazzetto enorme del Madison Square Garden, dove oltre al basket NBA si gioca pure l’hockey sul ghiaccio (il parquet del basket viene montato e smontato in continuazione perché i due campionati sono paralleli!) ed ogni tanto ci fanno incontri di boxe e persino corse dei cavalli (sic!).
Questo treno lo prendo x andare addirittura in un altro stato, sia pure confinante: mi bastano 7 minuti di treno, più 15 minuti di bus-navetta, x andare al palazzo dello sport del New Jersey x vedere un’altra partita NBA, tra i locali NJ Nets ed i Detroit Pistons fra cui debutta proprio oggi il fresco acquisto, la superstar Allen Iverson. Tragitto inverso x tornare a Manhattan ed essere nel mio albergo di fronte Penn Station esattamente 34 minuti dopo la fine della partita.
8 novembre
In mattinata raggiungo a piedi la sede dell’ONU, cioè le famose Nazioni Unite, poi a piedi mi sposto lungo la famosa 42th street fino a rivedere da dentro l’imponenza e l’originalità della Grand Central Station; raggiungo l’incrocio tra la 42th street e la 5th avenue x entrare all’eccezionale NY Public Library. Si tratta della seconda biblioteca più grande d’America, e sicuramente la più elegante, avendo già visto la prima assoluta a Washington, ed anche altre imparagonabili: qui l’eleganza della delicata presenza del legno chiaro combinata agli affreschi sul tetto è qualcosa di unico. Scendo la 5th avenue x l’obbligatorio ripasso al negozio monotematico della NBA dove faccio gli unici acquisti del viaggio, più che altro minicompletini x mia figlia e concludo la mattinata a Radio City Hall, dove contatto alcuni membri della radio ed anche un giornalista di America Oggi (unico quotidiano in lingua italiana in USA) x dare una certa copertura alla seconda performance del gruppo folkloristico che avviene in serata.
Purtroppo mi salta l’incontro con l’amico e famoso giornalista italiano da 15 anni a NY, ovvero Stefano Spadoni, del quale raccomando il sito www.stefanospadoni.com con possibile acquisto online del suo libro imperdibile su come avere successo a NY in ogni campo lavorativo e personale.
Non riesco nemmeno ad incontrare l’amica e famosa modella italoamericana Valeria Tignini, anche lei fuori NY come Stefano in questi giorni; a Valeria ho dedicato un articolo su SiciliaMondo x le sue origini siciliane (lo si può rileggere nell’apposita sezione di SiciliaMondo nel mio sito, in basso a destra della homepage ) ed almeno la vedo in Tv assieme a milioni di americani quando compare in uno dei tanti spot pubblicitari di cui è testimonial. Valeria conta di rivedermi in Sicilia dove ha mantenuto i contatti coi parenti, lei che è nata e cresciuta a Brooklyn, mentre invece Stefano mi dà appuntamento alla prossima volta a NY!
Proprio verso la folta comunità italoamericana di Brooklyn si dirige il gruppo questa sera, dove i ballerini strappano applausi agli oltre 500 presenti; stavolta è la potentissima associazione della FIAO ( federation italo american organization) che coordina l’evento che riesce benissimo!
Lungo ritorno verso le mille luci di Manhattan, passando prima da un ristorante punto di riferimento insostituibile x il gruppo, ovvero Joe’s tra la 56th street e Broadway, del signor Giuseppe Galvano. Il gruppo è talmente contento dell’ultima performance che decide spontaneamente di deliziare i commensali con un libero spettacolo tra i tavoli! Si va a letto distrutti…
9 novembre
In mattinata, col gruppo (ma i ballerini vestiti in borghese) andiamo ad una mostra su Garibaldi, dove ci hanno invitati gli stessi membri dell’Istituto Fernando Santi, un’altra organizzazione che ha collaborato a tutti e 3 gli eventi che ci hanno visto coinvolti: i due balli ed appunto questa mattinata in un hotel abbastanza vicino al nostro.
Poco prima di andarci ci siamo premurati di comprare ben 13 biglietti x l’ennesima partita NBA, che si disputa allo strano orario domenicale delle 3 di pomeriggio: come sempre è uno spettacolo più che da un punto di vista sportivo da un punto di vista sociale.
Vedere gli americani che mangiano, bevono, ridono, scherzano, cantano durante una partita è qualcosa di unico…io sono particolarmente contento di vedere una partita dello sport che più mi piace con dei ragazzi che conosco da tanto tempo, alcuni da più di 30 anni cioè da quando eravamo bambini!
Uscendo, c’è ancora tempo x gli ultimi acquisti, anche se io ho già dato allo NBA store, quindi mi limito a passeggiare un po’ prima di andare a cena dal solito Joe’s.
10 novembre
Prima di ripartire nel pomeriggio decido di rivedere bene la 57th street, cioè la Russian Tea Room, la libreria italiana Rizzoli, la Trump Tower di massima importanza nel punto in cui incrocia la quinta avenue; ritorno in albergo, saluto i ragazzi che partono solo poche ore dopo di me e saluto NY, ma ancora una volta sono sicuro che è soltanto un arrivederci!

 
           
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