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ARCHIVIO FOTOGRAFICO

 
 

Inverno 1991 - Cecoslovacchia(Praga)&Ungheria(Budapest)


PRAGA
Nonostante avessi sentito dire che Praga è una città moderna, forse la più occidentale dell’Europa orientale, giovane e piena di vita, mi aspettavo comunque di trovare quella atmosfera tipica delle città oltre cortina, con autobus vecchi, gente vestita sobriamente, palazzi grigi. Ma Praga non è niente di tutto questo. Solo la periferia, che ho attraversato velocemente, ricordava vagamente una città dell’Est, come le pensiamo ormai secondo un immaginario collettivo basato x me sul mio viaggio russo. Avevo anche letto che fosse una città romantica, ma ho dovuto attendere il tramonto che mi ha colto all’improvviso proprio sul Ponte Carlo, x ammirare il fascino che da centinaia di anni ammalia i visitatori che arrivano fin qui.
Piazza della Repubblica, proprio dietro l’alberghetto, l’ho raggiunta a piedi, L’impatto con l’impiegata alla reception non sarà che un prologo alla freddezza diffusa della maggior parte dei praghesi, dai negozianti agli impiegati dei musei. Non ci è chiaro se è semplicemente un loro modo di fare oppure se si tratta di un atteggiamento che riservano solo ai viaggiatori (o addirittura solo agli italiani).
Appena fuori l’albergo, si erge imponente la Torre delle Polveri, una torre quadrata, in mattoni e con una guglia piramidale, tutta nero fumo, colore tipico della maggior parte dei monumenti della città. Il suo nome deriva dal fatto che in passato vi erano conservate le polveri da sparo dell’esercito cittadino.
Imboccando via Celetnà, attraversando Staromestske Namesti (Piazza della Città Vecchia), poi proseguendo x la via Karlova, si arriva al celebre Ponte Carlo, che attraversa la Moldava.
E poi ancora la Nerudova, quasi tutta in salita, fino al Castello. La Piazza della Città Vecchia è piena di turisti, soprattutto gruppi, nonché scolaresche, la maggior parte italiani. Da una parte svettano le guglie della chiesa di Tyn, la cui facciata è nascosta dietro quella di un palazzo: di lato, l’edificio che una volta era il liceo nelle cui aule studiò Franz Kafka; di fronte, la Torre dell’Orologio, con appunto un orologio astronomico costruito con la vecchia concezione del sistema solare, che metteva la terra al centro e il sole che le ruotava intorno. Ad ogni scoccare di ora, una statuina raffigurante la morte tira la catenella che apre due porticine da cui si affacciano in sequenza i dodici apostoli e Cristo e poi, quando la “cerimonia” è terminata, suonano le campane. Puntuali più dello stesso orologio, frotte di turisti si assiepano sotto la torre, pronti con le macchine fotografiche ad immortalare un evento che si ripete da anni.
Al centro della piazza di fronte al Palazzo Kinsky, si erge nero e maestoso il monumento che ricorda Jan Hus, il primo riformatore religioso d’Europa, bruciato sul rogo come eretico.
Dalla torre del Municipio ho una vista globale della città, anche se non proprio nitida a causa della foschia. Vedo il tanto noto e temuto Castello kafkiano, che più che un castello è una piccola cittadella, il corso del fiume Moldava e le linee dei tetti rossi inframmezzati da guglie e torri quadrate che spuntano qua e là. E poi le bellissime facciate dei palazzi, dei veri capolavori. Dipinti con fregi di fantasia o con scene varie, finti bugnati, forme, stemmi di famiglie e corporazioni, ogni palazzo è diverso dall’altro e originalissimo.
Riprendo la Karlova e mi lascio ammaliare dai vicoletti e dai negozi (tanti, troppi) di souvenir: oltre alle solite magliette, i pezzi forti sono le marionette, le matriosche, i cristalli, gli oggetti in legno e ceramica.
Svicolando fra orde di turisti presi dalla frenesia dello shopping, raggiungo finalmente il ponte Carlo, la cui estremità occidentale termina fra due torri quadrate. Il ponte è considerato il simbolo di Praga; fatto costruire da Carlo IV nel 1537, è lungo ben 520 metri, si poggia su 16 pilastri su un’altezza di 10 metri, ed è coronato da numerose statue. Al contrario dei classici ponti di Roma, simili nello stile a questo, le statue che ne arricchiscono le balaustre non sono statiche, ma tutte come in movimento, rappresentanti scene ed episodi vari. In passato sul ponte si organizzavano tornei oppure vi si giustiziavano i condannati calandoli nel fiume chiusi dentro ceste. Inutile dire che spunta sempre un lato macabro nella storia di questa città, un qualche episodio “nero” che si nasconde dietro a tanta bellezza e romanticismo. Il ponte è una piccola piazza Navona, dove artisti espongono le loro opere, soprattutto acquerelli, oggetti in ceramica e cuoio, oppure dei trasandati personaggi si esibiscono in piccoli spettacoli musicali. La brama di vedere spinge ancora oltre, anche se la strada si fa in salita. Sono sulla via di Neruda, la strada è famosa per i suoi palazzi, la maggior parte dei quali oggi ospita uffici e ambasciate, mentre le cantine sono diventate delle apprezzate vinarna, dove si degustano vini e cibi della cucina ceca. Ridiscendo verso il Ponte Carlo, quando ormai la luce del crepuscolo e i lampioncini creano un gioco di chiaroscuri veramente d’effetto. Ora sì che il Castello sembra dominare la città e che il Ponte Carlo sembra sospeso sul fiume. Ceno in uno dei tanti pub con menù fisso, tavoli di legno e camerieri scorbutici. Poi concludo con strudel e cioccolato caldo, entrambi con panna, in un caffè di Stare Mesto.
L’indomani, decido di prendere l’autobus per raggiungere il Castello, invece di arrivarci a piedi, nel tentativo di guadagnare tempo.
I vagoni del bus sono un po’antichi rispetto ai nostri mentre i tram sono molto simili a quelli che circolano ancora in Italia. Finalmente al Castello, che sorge su una piccola collina che domina Praga, entro da un cortile laterale, arrivando giusto in tempo x assistere al cambio della guardia. Mi sento veramente un turista giapponese quando mi fermo a filmare la scena...
Giungo poi al cortile principale, con una bella porta in ferro battuto, dorata, con sopra due enormi statue rappresentanti una gigantomachia. Sorpassato il secondo cortile, ci si trova di fronte all’immensa cattedrale di San Vito, che forse per il fatto di essere racchiusa in uno spazio ristretto, risulta ancora più imponente di Notre Dame a Parigi, di cui richiama comunque le forme esteriori. Costruita in puro stile gotico, con altissime guglie, rosoni, doccioni, archi gotici, pilastri, cordonature ed archi rampanti, incute più paura questa che il Castello intero.
All’interno, le volte altissime, gli stucchi, i sepolcri, tutto richiama fasto e ricchezza. In particolare, la cappella di San Venceslao, l’imperatore santo, rasenta quasi il kitsch con le sue 1000 pietre dure incastonate alle pareti.
Più sobria, almeno all’esterno, è la basilica di San Giorgio. In realtà, la facciata barocca nasconde quella romanica. Sarà perché è una giornata di sole, oppure perché il luogo è tutt’altro che silenzioso, o ancora perché le facciate delle casette e dei palazzi sono di colore acceso, ma il castello non ha nulla di tetro, minaccioso o misterioso. Mi affaccio dalla cinta muraria e la vista della città è superba; i tetti rossi si alternano alle cupole verde rame o alle guglie dei campanili e delle torri nero fumo.
Poi verso la cosiddetta via degli alchimisti: si tratta di un vicolo in cui piccole e strette casette dalle facciate colorate sono addossate alle mura che circondano il Castello. La via è così chiamata perché si diceva che un tempo qui si trovassero i laboratori degli alchimisti che cercavano il sistema x fabbricare l’oro. In realtà, nella via sorgevano dei piccoli laboratori di oreficeria, che oggi hanno lasciato il posto a negozi di artigianato locale e souvenir. Una delle case ospitò anche per qualche tempo l’impiegato-scrittore più famoso del mondo, Franz Kafka.
Da una porticina, salendo lungo la scaletta, si può accedere ai piani superiori delle case, dove erano le prigioni. Lungo i corridoi sui quali si affacciano le celle e i bagni dei prigionieri, c’è un’esposizione di vestiti e armature dell’epoca.
Dopo una sosta nel cortile della cattedrale, visito la torre delle polveri, dove oltre ai soliti oggetti del corredo reale, sono state ricostruite le cucine degli alchimisti, con alambicchi, vasi, recipienti di vetro e camini.
Lasciato il castello, scendo lungo la Nerudova e pranzo al ponte Carlo con qualcosa di tipicamente ceco. In un chiosco a Malostranske Namesti, acquisto due bramboral (specie di frittata di patate molto fritta, dall’aspetto simile a una fettina panata) e due palacinky, cioè crêpes ripiene di marmellata di fragola.
Il ponte Carlo è sempre molto animato e pieno di artisti che vendono quadri e cianfrusaglie. Mi lascio tentare e faccio degli ottimi affari.
Un piccolo belvedere circolare attira la mia curiosità. E’ situato dall’altra parte del ponte, altezza fiume. Ed in effetti la vista del ponte da questo punto è magnifica. Le statue nere, rese ancora più scure dal sole in controluce, gli conferiscono un aspetto più tetro.
Quasi pronto per l’appuntamento delle cinque con l’orologio astronomico, ma qualche palazzo e qualche guglia fanno deviare il percorso principale, portandomi in luoghi sconosciuti, vicoli e piazzette che spuntano appena svoltati gli angoli. Già, non bisogna farsi prendere dalla fretta, perché non si può passeggiare per Praga seguendo un itinerario prestabilito. Ma l’orologio astronomico chiama e quindi mi ritrovo anche io stretto nella folla che aspetta, con il naso all’insù, lo scoccare dell’ora. Lo spettacolo è simpatico, con le statuine che si affacciano; poi vedo il Museo Nazionale, che si trova in fondo alla piazza più lunga di Praga, Vaclavske Namesti, in realtà più simile, con i suoi 370 metri di lunghezza, a un largo viale.
Sono nel cuore della zona economica. Sulla piazza si affacciano banche, uffici, ristoranti, alberghi e grandi magazzini; una zona moderna, così diversa dalla Staromestske Namesti. Non ci sono facciate da ammirare, se non specchi e vetrine, né guglie o tetti rossi. Solo la statua di San Venceslao e il Museo Nazionale in fondo alla piazza ricordano che sono in una città d’arte.
L’interno del museo è molto elegante: una piccola orchestra, composta da un violino solista accompagnato da altri sei violini, un cembalo, una viola e un contrabbasso, è sistemata nel piccolo pianerottolo a metà fra il primo e il secondo piano, dove si incrociano le due scale. La maggior parte degli spettatori sono turisti come noi, che accettano di buon grado di sedersi sulle scale per ascoltare un po’ di buona musica. Mi sento molto più a mio agio così che se fossimo stati sistemati su comode poltrone.
Il concerto dura appena un’ora, un lasso di tempo che è volato ma credo che sia la misura giusta per avere un primo assaggio e per non far cadere l’attenzione. La musica mi è entrata dentro e la canticchio per tutto il tempo che ci vuole a tornare in albergo. Dopo un breve riposo, ceno in una vinarna di Stare Mesto, la vinarna Puskin, stessa gestione del Caffè Puskin dove ho gradito i dolci ieri sera.
Si tratta di un locale ricavato in una cantina, con le pareti in muratura e con una perfetta ricreazione d’ambiente vagamente medievale.
Il giorno dopo, la stanchezza della giornata di ieri si è fatta sentire: ho dormito fino alle nove!
Con una super colazione sullo stomaco, mi sono diretto all’isola di Kampa.
La minuscola isola sorge sulla riva occidentale del fiume Moldava ed è separata dalla terraferma da un piccolo canale, detto il canale del Diavolo. Si tratta della zona di Praga più giovanile, nel senso che qui Praga diventa una metropoli occidentale. Solo la piazzetta principale dove si affacciano le case in stile barocco e neoclassico, dalle facciate dipinte con delicati colori pastello, rievoca il fascino della città. Poco più oltre, un piccolo parco ci conduce in una zona più moderna; le mura sono tutte piene di scritte e dipinti, come la moda nata negli USA e oggi diffusa ormai in tutta Europa. Scritte inneggianti all’amore, alla pace, all’erba da fumare (alcune molto banali, pensate nel delirio di onniscienza giovanile) si sovrappongono ai disegni più strambi, creando nell’insieme un effetto coloratissimo e forse anche gradevole. Approfitto della bella giornata per fare una gita in battello sulla Moldava, che si rivelerà molto piacevole. Dal fiume ci godiamo bellissimi panorami e scorci della città, con i suoi eleganti palazzi, i parchi sulle colline, l’imponente castello e i numerosi ponti. Allieta la gita un nastro con una voce di donna registrata che alternando quattro lingue descrive i monumenti che vediamo lungo il tragitto.
Poi torno a piedi alla Staromestske Namesti dove con una baguette in tasca, salgo sul tram 12 diretto al Museo Nazionale, che ospita varie esposizioni di arti figurative nonché una galleria dedicata alla pittura moderna. Ed è il visibilio dei sensi: da Degas a Mirò, da Picasso a Klimt, da Pizzarro a Van Gogh, c’è di che rimanere incantati. In ognuna delle città europee che ho visitato ho avuto modo di vedere i quadri che per la prima volta mi erano apparsi dalle pagine dei libri di storia dell’arte. Ed ogni volta l’emozione di stare di fronte alla tela “dal vivo” si rinnova. Riprendo il tram (a bordo del quale le fermate sono annunciate da un nastro registrato) e scendo a Staromestske Namesti. Poi a piedi, ripercorrendo per l’ennesima volta la via dell’incoronazione, raggiungo esausto l’albergo.
L’indomani mi incammino verso il ghetto di Praga, Josefov, (cioè “città di Giuseppe”), così chiamato dal nome dell’imperatore Giuseppe II. La Sinagoga Vecchionuova è chiusa (forse per restauro) mentre si possono visitare le altre cinque sinagoghe e il vecchio cimitero.
Con un biglietto cumulativo che ha un prezzo esorbitante paragonato a quello medio degli altri musei della città, si ha l’accesso a tutti i luoghi del ghetto. Attualmente qui vivono circa 1000 ebrei, i discendenti dei circa 13.000 che scamparono alle deportazioni e ai campi di sterminio, dove morirono invece più di 70.000 persone di religione ebraica, sia cittadini cechi che profughi di altre nazioni che si erano rifugiati a Praga quando ancora non erano entrate in vigore le leggi razziali, sperando di salvarsi. Si vede in giro qualche ebreo, soprattutto ragazzi; rigorosamente vestiti di nero, alcuni anche con un cappello e i classici riccioli sopra le orecchie.
La sinagoga Pinkas è l’unica delle sei del ghetto a non essere diventata una specie di museo. Nelle altre infatti, ironia della storia, sono conservati tutti quegli oggetti di culto e i documenti della cultura ebraica che gli stessi tedeschi avevano raccolto qui a Praga dopo aver saccheggiato le sinagoghe e i ghetti di tutta Europa. Volevano infatti conservare una testimonianza della razza che si accingevano a eliminare. Oggi tutti questi oggetti sono in bella mostra nelle sinagoghe e nel museo ebraico e costituiscono una delle raccolte più preziose della cultura ebraica.
Ma la Pinkasova conserva qualcosa che è molto più prezioso e che forse colma ancora di più lo spazio interno di quanto potrebbe farlo qualsiasi quadro, paramento o mobile. Su tutte le pareti interne del tempio sono stati trascritti il nome, la località di provenienza, la data di nascita di tutti gli ebrei moldavi e boemi vittime dei nazisti, è giusto che rimanga qualcosa di eterno a testimonianza della shoah.
E poi ci sono le loro foto, con sotto il nome e la data di morte che si alterna alla parola survived, sopravvissuto. Saranno anche sopravvissuti ai campi di sterminio, ma saranno riusciti a sopravvivere ai ricordi, alle sofferenze, alle paure che si sono portati dietro x tutta la vita?
Ammutolito, esco ed entro direttamente nel vecchio cimitero ebraico. Gli uomini sono invitati ad indossare il copricapo, in carta-stoffa di colore blu messo a disposizione dal museo stesso.
Il cimitero sembra l’ambientazione ideale per un film dell’orrore sul genere dei morti viventi. Sorto verso la fine del 1300 ha svolto la sua funzione fin quasi alla fine del 1800. Poiché lo spazio però non era sufficiente a contenere tutte le tombe, si copriva con uno strato di terra la superficie e vi si mettevano nuove lapidi, con l’attuale effetto di lapidi sovrapposte e ammucchiate l’una sull’altra. Oggi vi sono 12.000 lapidi, tutte molto austere, blocchi di pietra con iscrizioni in ebraico che riportano le generalità dei defunti e il loro mestiere rappresentato con simboli. Su alcune lapidi sono posati dei sassi che tengono fermi dei fogliettini: sono le preghiere che i visitatori lasciano. La tomba più celebre di tutto il cimitero è quella del rabbino Löw (morto nel 1609).
L’insieme del cimitero è inquietante ma curioso allo stesso tempo: un ulteriore tocco macabro viene conferito dai rami secchi dei lunghi tronchi d’albero, sui quali si posano cornacchie che a brevi intervalli lanciano le loro tremende urla. Adiacente al cimitero si trova la Klausova, il cui nome deriva dalla parola tedesca “klaus” cioè piccolo, nel senso di piccolo edificio, ma nonostante il nome, era la sinagoga più grande della città di Praga.
Proseguo la visita del ghetto, entrando nella Casa delle Cerimonie, dove l’esposizione interna è dedicata alle tradizioni ebraiche riguardo la malattia, la morte, la sepoltura; poi ancora, la sinagoga Maisel, molto bella all’interno, con numerosi oggetti di culto e un’esposizione che illustra la storia degli ebrei dai primi insediamenti risalenti al decimo secolo fino al Settecento, ed infine la sinagoga Spanelska (cioè spagnola), la cui esposizione interna narra la storia degli ebrei dall’Illuminismo ai giorni nostri. Calici, urne funerarie, libri, foto, vestiti e molto altro documentano l’intera storia del popolo ebraico nelle terre ceche.
Ho ancora un po’ di tempo,così col tram raggiungo Nove Mesto, cioè la città nuova, anche se il nome non deve indurci ad errore, in quanto questa zona della città a sud di Stare Mesto fu fatta costruire da Carlo IV nel lontano 1348. E’ una zona in cui grandi piazze (una volta destinate al mercato) si alternano a lunghi viali, ma si sente e si vede che sto andando verso la periferia: non c’è quasi più un turista in giro, ci sono molti palazzi moderni e molti altri fatiscenti, e salvo qualche chiesa e giardino, non c’è molto di interessante o piacevole da vedere.
Mi incammino perciò di nuovo verso Vaclavske Namesti (cioè Piazza San Venceslao) dove una volta c’era il mercato dei cavalli .
Praga è sicuramente una città ricca, che ha tanto da offrire al turista, sia dal punto di vista artistico che storico, ciò che si sente a pelle è la cultura: librerie, edicole, musei, concerti e spettacoli teatrali infondono nell’aria un’atmosfera bellissima, giovanile, aperta, sensibile, anche se il carattere dei praghesi si è dimostrato al contrario ostile e freddo verso i turisti.
Porterò comunque con me il ricordo di Praga al tramonto, quando la luce crepuscolare, aiutata dai lampioni che si vanno accendendo, crea giochi di chiaroscuri incantevoli, dando forma ed aspetto diverso ad architetture e sculture. E’ tempo di andarsene in Ungheria a….

BUDAPEST
La "Parigi dell'est", come spesso viene chiamata, vanta anche molti appassionati che finiscono per tornare regolarmente a visitarla solo in virtù del suo fascino un po' bizzarro: altri ancora, invece, la ritengono una città grigia e polverosa che non vale la pena di vedere. Io come sempre rifuggo gli estremi e voglio giudicarla da solo.
C'è chi dice che la capitale magiara contenga in sé qualcosa di molte grandi città d'Europa quali Vienna, Praga, Parigi, ed in effetti certi scorci danno una notevole sensazione di deja-vu.
Eppure al tempo stesso Budapest ha qualcosa di unico e struggente che non ho finora trovato da nessuna altra parte, nemmeno nella pur magica e stupenda Praga che ho appena lasciato.
Girare in città è molto facile perchè Budapest è particolarmente ricca di mezzi pubblici: metro (tre linee), tram, bus e treni vari attraversano ogni angolo della città e della sua periferia, puntuali, poco costosi e con buona segnaletica.
Io trovo, però, che sia particolarmente gradevole attraversare Budapest passeggiando, in quanto ad ogni passo si scoprono scorci interessanti ed imprevisti: una cupola moresca, un parco, una guglia, un architrave decorato di donne e fiori, un'insegna in vetro battuto o una piccola edicola in legno, in una mescolanza di stili che è a sua volta uno stile a sé stante. Ad ogni modo non va dimenticato che si tratta di una città assai estesa, tanto da contenere almeno un quinto di tutti gli ungheresi, vale a dire oltre due milioni di persone. Sto in un ostello nella zona di Pest, quella più pianeggiante e moderna per intendersi, posta alla sinistra del Danubio.
La parte vecchia della città, Buda, si trova invece sulla destra del fiume, è arroccata su una serie di colline più o meno scoscese ed è particolarmente piacevole da visitare: anche se tra bombardamenti, rivoluzioni e distruzioni varie di veramente antico c'è rimasto gran poco.
A Budapest ci sono tantissime cose da vedere: ben sette ponti, il più famoso dei quali è il massiccio ponte delle catene, il Palazzo Reale, completamente ricostruito e contenente musei e gallerie; il Parlamento, in uno stile neogotico che è tutto una guglia; tantissime chiese, le più belle delle quali sono quella di Mattias Corvino e la cattedrale di Santo Stefano, il bastione dei pescatori, che è una specie di gugliato e bizzarro belvedere sulla città, l'isola di Margherita, tanti bagni termali, ad esempio il celeberrimo Gellert ed ancora Váci utca, la via più elegante e costosa, i caffè, i ristorantini, le bancarelle che vendono coloratissimi merletti, la pittoresca funicolare che porta dal livello del fiume a Buda ed ancora tanto.
Arrivo perfino al parco cittadino, il Varosliget, vasto e piuttosto grazioso, che contiene un laghetto pittoresco su cui si affacciano le riproduzioni di alcuni cupi palazzi transilvani che fanno tanto Conte Dracula, uno dei quali ospita il Museo dell'agricoltura.
X giungere al parco attraverso anche la scenografica Hösök tere, ovvero la grandiosa Piazza degli eroi, cinta di un colonnato maestoso e con tante statue equestri che rappresentanole antiche tribù magiare. Bella pure la metro che parte dalla Piazza degli Eroi, che è una delle più antiche d'Europa, risalendo alla fine dell'Ottocento.
Per quel che riguarda i pasti, mangio a poco prezzo nei tanti ristorantini che ci sono in giro, specie lungo il Danubio o a Váci utca, privilegiando i gustosi (ma un po' pesanti) piatti locali quali il celeberrimo "goulasch", la "gombaleves" (zuppa di funghi) o le "palacsinta", ovvero crepes riempite di salsa di noci e guarnite di cioccolato e panna. Buona pure la galuska, una specie di zuppa inglese molto calorica. I contatti con la gente del posto sono ottimi: gli ungheresi sono molto cordiali e non appena capivano di avere a che fare con italiani si sbracciavano in sorrisi e gentilezze, cercando di tirar fuori le poche parole di italiano che molti lassù conoscono. Debbo però ammettere che un insolito numero di ungheresi parla abbastanza bene l'italiano, a differenza di noi italiani che troviamo l'ungherese una lingua veramente tosta.
Archiviata la giornata di Budapest "on the road" , con altri viaggiatori alla reception dell’ostello prendo un giro classico in bus verso le città nell'ansa del Danubio, vale a dire Szentendre, Visegrad ed Esztergom, famose per essere, rispettivamente, la città degli artisti, la città con la fortezza e quella con una grossa basilica cristiana. Anche questo giro pur molto turistico mi entusiasmò, complice pure un bellissimo sole che faceva splendere come smeraldo tutto il verde che c'era lungo il Danubio.
X completare l'opera il ritorno da Szentendre avvenne via fiume, usando uno dei traghetti un po' dimessi e che ci riportò pian piano nel cuore della città costeggiando piccole case di campagna, l'isola Margherita e lo spettacolare Parlamento.
Nel pomeriggio una puntata al Mammut, centro commerciale vicino al centro di Budapest, un pittoresco mercatino alimentare, dai banchi colorati ma dall'igiene quanto mai approssimativa; inoltre uno dei palazzi vicini conserva ancora una facciata tutta bucherellata e rosa dai proiettili, sparati probabilmente durante la sanguinosa rivoluzione ungherese del 1956 che, insieme all'odio viscerale per il passato regime comunista, nessuno lì sembra aver dimenticato.
Dopo aver visitato la cattedrale di santo Stefano, spettacolare e maestosa, ho percorso il bastione dei Pescatori e di lassù lo spettacolo di Pest che si estendeva verso la prateria, la puszta, era sempre grandioso, ampio, arioso, pur se un po' grigio e triste per colpa dell'inverno. "Budapest nagyon szép vagy", Budapest sei bellissima.

 
           
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