ARCHIVIO FOTOGRAFICO 

 
 

Estate 2004 - AFRICA via terra


SUDAFRICA
L’arrivo è a Cape Town dopo lo scalo tecnico a Johannesburg: a Jo’burg torneremo alla fine del nostro viaggio che non è solo quello via terra dallo Zimbabwe al Kenia, che cominceremo tra pochi giorni, ma anche quello delle isole di Mauritius e del Madagascar, speriamo di arrivarci in buone condizioni! (si vada alla fine del diario delle isole x leggere su Jo’burg). Ho stabilito una tre giorni a Cape Town con l’Acacia, la stessa agenzia inglese con cui faremo il giro via terra di ben 24 giorni tra Zimbabwe e Kenia. La formula City Stay dell’Acacia prevede una prima giornata libera, una seconda il giro completo dalle parti del Capo di Buona Speranza ed una terza giornata giro della città con guida. Bellissimo l’ostello-lodge il cui piccolo bus ci viene a prendere all’aeroporto, la stanza è fredda (qui è inverno profondo) ma basta coprirsi e soprattutto, considerata la stagione, becchiamo 3 giornate di fila di sole clamoroso. Ovviamente non facciamo il bagno ma x quello avremo tempo nelle isole che geograficamente stanno più vicine all’equatore. Arrivati dunque a mezzogiorno, subito con la funivia nelle cosiddette Table Mountains, le montagne dalla cima piatta come una tavola da dove facciamo bellissime foto dominando la città da un lato ed il Capo di Buona Speranza dall’altro lato. Al secondo giorno, x arrivare al famoso Capo, un pulmino pieno di ragazzi di ogni nazionalità ci porta dapprima a Boulder bay dove c’è una spiaggetta piena di pinguini, poi a Hout bay dove ci sono le foche, infine prima di scendere al Capo ci facciamo una salutare camminata x arrivare ad un faro che domina il promontorio. Mangiata con panini compresa e ritorno in serata, ci infiliamo pure una passeggiatona serale nella ultramoderna zona detta del Waterfront piena di negozi e di animazione serale: compriamo i piles, di cui non avevamo trovato misura o colori che ci piacessero in Italia, qui un affare data la bassa valuta locale ( x giunta ci restituiranno le tasse all’aeroporto, meno male x quelle tasse sull’elettronica perché scopriamo essere costosissime le schede x la macchina fotografica digitale che ci hanno appena regalato pochi giorni fa ). Terzo giorno, il centro della città ormai uguale x me a tutte quelle dove sono passati gli inglesi nel mondo, non vedo niente che si possa definire africano anche nelle vetrine dei negozi, di sicuro il fatto di essere in pieno inverno non aiuta anche se ancora una volta la giornata è soleggiata; tutto il pomeriggio comunque siamo al chiuso di un’agenzia x le complicate trattative x trovare un volo nella tratta interna che faremo in Madagascar ( non acquistabile in Europa ), alla fine ce la caviamo con poco. La sera ancora una bellissima passeggiata nella zona del Watefront, rivediamo altri italiani conosciuti in aereo che sono di ritorno da Robben island, l’isola dove Mandela fu tenuto 27 anni in carcere ed i cui battelli partono proprio dal Watefront. Noi scartiamo questa gita perché pensiamo che a Johannesburg vedremo la casa natale ed altro di Mandela, intanto x il momento a Jo’burg l’indomani ci torniamo solo x lo scalo tecnico x lo….

ZIMBABWE
Un tassista ci porta di corsa alle cascate, abbiamo tutto il pomeriggio fino alle 18 dopo che lo stesso taxi ci ha lasciati al lodge dove conosceremo in serata i nostri compagni di avventura attualmente in giro, cambiamo i dollari in kwacha, la valuta locale, e siamo pronti x raggiungere le cascate. L’ufficio in cui siamo entrati per richiedere il visto, dentro l’aeroporto, sembrava uno di quei posti di frontiera che si vedono nei film, in paesi tipo Cuba o Algeria: corridoi stretti su cui si affacciano stanze anguste, pareti scrostate, vecchi poster appesi ai muri, condizionatori d’aria e ventilatori spenti e fuori uso, impiegati lenti, meticolosi e in numero superiore al necessario. Per accedere alle cascate si paga un biglietto d’entrata di 20 dollari a testa. Si sente il rumore a mano a mano che ci si approssima. Imbocchiamo un sentiero che ci porta dritti davanti ad uno dei fronti delle cascate. Sono meravigliose: un’intera parete d’acqua, anche se la cascata non è omogenea come quella che ben conosciamo di Niagara. Una grossa spaccatura, il terreno che si apre e il fiume Zambesi che precipita nel baratro per 100 metri. Essendo la stagione secca, la portata d’acqua non è abbondante, quindi la cascata è frastagliata, ma questo permette di ammirarla in tutta la sua imponenza. Durante la stagione delle piogge diventa impossibile vedere il fronte a causa del “mist” che si solleva per decine di metri e che avvolge l’intera cascata. Di fronte a noi il confine con lo Zambia, dopo un ponte che ripercorriamo l’indomani col gruppo, da dove vediamo una delle cataratte, forse la più imponente a giudicare dalla nebbiolina che si solleva, ma forse la meno spettacolare. Quando stavo x raggiungere le cascate del Niagara, in Canada ma dal lato americano, la prima volta molti anni fa, immaginavo che mi sarei trovato di fronte a uno spettacolo che assomigliava decisamente a quello che ho invece oggi di fronte agli occhi, cioè cascate imponenti, frastagliate e “nascoste” dalla vegetazione; al contrario mi sono trovato di fronte uno spettacolo completamente diverso. Le cascate erano “allo scoperto”, a pochi metri dalla civiltà e dalla strada. Ed ora è accaduto esattamente il contrario, mi aspettavo cioè di raggiungere un luogo molto turistico, ed invece qui è ancora tutto selvaggio. La solita tazza di tè e poi a letto alle 9. È incredibile come il nostro corpo si sia adattato ai ritmi della natura: la sera ci addormentiamo intorno alle 9 e al mattino ci alziamo all’alba senza sforzo e perfettamente sazi di sonno.

ZAMBIA
Una crociera al tramonto sul fiume Zambesi x me che sono totalmente refrattario all’idea di una crociera, ma stavolta la barca è molto informale, abbastanza piccola: la crociera dura poco tempo ed il contesto non è quello monotono del mare aperto ( ovvio ripensare alla mia unica crociera in ben altra barca sulle acque egiziane del Nilo ). Qui è una specie di gara a chi beve di più tra gli inglesi del nostro gruppo complici una cena alle 6 di pomeriggio a base di pollo e birra mentre la nave va e ci sono pure altri gruppi tra cui dei giapponesi che fanno un casino incredibile e fanno morire dal ridere x come ballano alticci. Ma un suono forte e bizzarro attrae la nostra attenzione: è un verso di ippopotamo, ce ne sono a decine, che sguazzano in acqua, immersi fino agli occhi: enormi bestioni le cui schiene scure si stagliano a pelo d’acqua. I loro versi ci accompagneranno tutto il giorno. Sono più pericolosi degli stessi coccodrilli che vivono nel fiume; possono infatti capovolgere una canoa e colpirti con il loro enorme corpo. I coccodrilli invece si limitano a mangiarti se finisci in acqua! (quindi quelli che vediamo in canoa prima si preoccupano degli hippos poi del coccodrillo) e scorgiamo i primi elefanti. Nascosti in parte dalla vegetazione, si spingono quasi fino a riva, in gruppi di 3-6 esemplari. Vediamo elefanti, ippopotami, e piccoli di coccodrillo, un pitone x metà nascosto dalla vegetazione, e tanti uccelli, fra cui un’aquila e un airone bianco maggiore. Qui gli uccelli hanno dimensioni e colori talmente diversi dai nostri che cercare di individuare le specie avvistate diventa per me molto più interessante di quanto lo sarebbe in Italia. Tornati sulla terraferma la frenesia collettiva continua e ci divertiamo come pazzi a ballare fino a tardi all’interno del camping, un paio di noi crollano ubriachi tra cui si segnala la dolce neozelandese Rachel e l’inglese Lisa letteralmente raccolta dall’autista Fort fino alla tenda. Oltre la zona tende della nostra prima notte, io giro x un sentiero illuminandolo con la torcia, conduce in un posto incantevole. Alcuni lodge, una piscina, un bar con una grande veranda e una piccola sala lettura con una biblioteca molto fornita sull’Africa, la sua fauna, la sua flora e i suoi popoli. Tutto è arredato in stile coloniale, con legni, bambù, pelli, oggetti d’artigianato locale alle pareti; sembra di essere nell’Africa ai tempi di Karen Blixen. Questo campo è di proprietà della Caribù, un posto così esclusivo, sulle rive del fiume Zambesi, in mezzo agli animali, nel più completo silenzio. È l’unico posto che ho visto finora nel mondo veramente lontano dalla civiltà, isolato e selvaggio. Mi piacerebbe passarci qualche giorno in più sempre in tenda, soluzione che x noi è il massimo! Durante il viaggio nel truck, cioè il camion, leggo molto, rimango assorto nei miei pensieri ( cosa fare nella vita, il tempo e come gestirlo, la povertà, l’essenzialità, a cosa si può rinunciare, cosa è veramente fondamentale ) e ascolto musica dal mio walkman, per la prima volta da quando siamo partiti. È bellissimo; abituati ad avere tutto a disposizione, qui in Africa anche ascoltare musica può diventare un lusso, quando non c’è radio né corrente elettrica ( non sapevo ancora cosa avrebbe propinato lo stesso camion a partire dal terzo giorno circa!) e passiamo dopo un paio di giorni abbastanza normali il confine col …

MALAWI
Entriamo in questo paese caratterizzato dal terzo lago del pianeta. Non appena arriviamo nella spiaggia di Kande beach con un bel campeggio, ci rendiamo conto che sembra di essere al mare: persino le attività proposte dal modernissimo campeggio sono da mare, tipo snorkeling, sci d’acqua, canoa ecc., ma tutti quanti ci limitiamo a prendere i primi raggi di sole magari giocando ogni tanto a beach-volley. Bellissima nella sua fantasia africana la verandina che collega il campeggio al mare, ci sono sedie e poltrone in stile africanissimo accanto al chiosco praticamente uguale a quelli della mia spiaggia agrigentina, bevande comprese. Altri 10 metri e ci sono dei lodge a parte sul mare e, rialzato, c’è un dormitorio con le pareti in paglia ed una zanzariera sopra un letto: ci sistemiamo qui. La gente ha nomi stranissimi tipo Julius Caesar, Donald Duck, 50 cent, Tony Blair, King George e Christopher Columbus, ma il mio preferito resta un omone chiamato Half Price perché nel suo negozietto vendeva tutto a metà prezzo! Un giro di un villaggio vicino ci fa vedere una scuola in mezzo a dei villaggi totalmente isolati e, quando ripartiamo dopo una notte meravigliosamente stellata e piena di risate, birra e vari giochi da tavolo su una stuoia intrecciata x terra col lago-mare di fronte, non troviamo di meglio che combinare danni! Infatti, in rapida successione, prima buchiamo una delle enormi gomme del camion ma la cambiamo in tempo record, o meglio è l’australiano Ben che fa quasi tutto da solo col simpatico autista sudafricano nero di nome Fort continuamente chiamato Frankie, perché il nome sulla fiancata del camion era quello del camion stesso invece del suo! Invece l’enorme Ben viene chiamato dai molti compagni di viaggio inglesi Big Ben x distinguerlo da un altro Ben, ovviamente Little in tutto, età e fisico! Secondo danno procurato da terzi che ribaltano un camion bloccando una strada, dopo un paio di ore si libera il passaggio ma intanto tremavo perché conoscevo una statistica secondo la quale in questo remoto paese africano c’à la più alta percentuale di incidenti stradali nel mondo!! Arriviamo quindi in netto ritardo, quasi in serata (al buio è vietato guidare) alla seconda spiaggia di Chitimba beach dopo aver attraversato il paese di Mzuzu. Il secondo giorno, o meglio l’ultima notte malawiana, la passiamo in un altro campeggio a Chitimba, la spiaggia di Kande era ben altra cosa e siamo contenti di averci passato un paio di giorni e non uno come previsto, lo recupereremo attraversando velocemente la…

TANZANIA
Varie ore di guida x arrivare di domenica alla capitale Dar El Salaam e ritrovarci in una curiosa fila di soli visi pallidi all’unico bancomat cittadino, almeno così ci dicono, quantomeno è il più vicino al nostro bellissimo camping sulla spiaggia e cambia ancora una volta la valuta con gli scellini tanzaniani dagli infiniti zeri! L’indomani ufficialmente restiamo in Tanzania prendendo il traghetto x l’isola di Zanzibar ma il nuovo timbro sul passaporto ci convince da subito che quest’isola sarà un mondo a parte, scopriamola!

ZANZIBAR
Ci siamo svegliati anche questa mattina alle 5 per partire alle 6.30 e prendere il traghetto che, velocissimo, impiega solo 2 ore per raggiungere l’isola. Da lì, a bordo di taxi collettivi raggiungiamo il centro x poi sparpagliarci ognuno dove vuole, io su internet avevo trovato il Bububu lodge nell’omonima spiaggia e mi era piaciuto a prescindere dalle belle foto ( in un sito le foto devono x forza essere belle ). La spiaggia, x esempio, non corrisponde, è molto più piccola e sporca ma è troppo comodo perché vicinissimo a Stone town, la capitale e perché è troppo simpatica e gentile la proprietaria, la sarda Viviana con la figlia Sumaya e, ultimo ma non meno importante, alla fine il lodge si rivela ancora più bello che in foto ed il che non capita quasi mai. Viviana ci dà una guida x due giornate fantastiche, Hassan; anche lui parla un perfetto italiano come Sumaya e come tanti altri a Zanzibar. Primo giorno, divertentissimo giro al giardino delle spezie con guide locali, anche loro parlanti italiano, ma che ci fanno vedere quanto sono africani in tutto: nelle loro case, vicine alle stesse spezie però, tengono i poster alle pareti di donne da copertina, ma non troppo spinti come certi calendari italiani ( è pur sempre un isola quasi tutta musulmana ). Al lodge di Viviana le colazioni sono insuperabili, marmellata di guava, papaia, ecc. su brioches morbidissime, 5 al giorno x me e l’ultimo giorno addirittura 6 mentre Adriana preferisce altre delizie più tradizionali. Nelle stanze i letti sono a baldacchino, con la zanzariera, il bagno ha il minimo indispensabile e il condizionatore è meglio tenerlo spento tanto fa il giusto fresco dato il bel giardinetto intorno. Dobbiamo riconoscere che un letto vero, dopo 15 giorni di tenda, è quanto di meglio si possa desiderare. Dopo un bucato infinito siamo un po’ spaesati nel caos di Stonetown: strade strette e tortuose, un mercato di frutta e verdura, gente che corre in bici e motorino “schizzando” tra i pedoni, facce arabe e nere che ci guardano curiose o diffidenti. Compriamo shampoo, fazzoletti, salviette umidificate, tutti prodotti appartenenti alla nostra "civiltà", che finora non eravamo riusciti a trovare. Poi un paio di banane enormi, arancioni e non mature e torniamo a riposare. La città è tipicamente araba, con le finestre dalle persiane in legno e le tipiche porte intagliate la cui ricchezza di particolari riflette la ricchezza ed anche il ceto sociale di chi vi abita: quelle quadrate tipiche della cultura araba, quelle con la parte superiore rotonda di tradizione indiana. Il giro è interessante pur essendo la città sporca, caotica e fatiscente. Alcuni edifici sono in corso di restauro, ma Zanzibar è anche molto turistica e quindi “contaminata”. Adriana si innamora del martellante Jambo buana già propinato in autobus come riscaldamento a quanto abbiamo trovato qui…decide di comprarlo in strada al prezzo quasi doppio di quanto lo propongono i negozi in centro, ma allora torniamo indietro e riusciamo a farci dare un secondo cd senza spesa aggiuntiva ma, pur avendolo ascoltato là, dobbiamo vedere a casa se resiste…( il mio walkman va solo di cassette, mi toccherà pure cambiare l’autoradio in macchina con l’invasione ormai inevitabile dei cd! ). Negozianti x strada invitano in tutte le lingue ad entrare nei loro negozi e ad acquistare souvenir, manufatti d’artigianato e paccottiglia. Invece noi, presi nella spirale della globalizzazione, ci facciamo trascinare in un Internet-point (ce ne sono tantissimi in città e molto frequentati dalla gente del posto, che magari non ha l’acqua corrente in casa, però non rinuncia a “navigare” nella grande Rete), x scaricare la posta di casa, scrivere qualche e-mail, leggere qualche breve notizia. Ci rilassiamo con un giro x il mercatino nella piazza adiacente, fra oggetti di artigianato, monili masai e banchetti gastronomici dagli odori gradevoli. A cena ci stavano propinando un ristorante sul mare, turistico e caro, vuoi mettere la Viviana che combina x noi una cucina africana con qualche recupero italiano ( sfido qualunque italiano a non aver voglia, quantomeno x semplice abitudine dopo anni, ad un piatto di pasta dopo che siamo già in Africa da quasi un mese! ). L’indomani sveglia alle 6.30... ormai l’orologio biologico si è stabilizzato sull’orario pre-alba. Mentre sto x riaddormentarmi, sogno di essere chiamato per entrare in moschea: in realtà sono i canti dei muezzin ad infiltrarsi nel mio sogno, con le loro voci acute, cantilenanti, ipnotiche. È la prima preghiera della giornata, quella delle 5 e dai numerosi altoparlanti si levano canti diversi. Arriviamo al Nungwe Village, sulla spiaggia a nord: un mare cristallino ci invita ad un tuffo dopo la polvere e il caldo del tragitto, fra strade asfaltate, ma piene di buche, e quelle sterrate sassose. Ci rilassiamo con una bibita fresca e poi mangiamo un po’ di pesce x pranzo, rincontrando i nostri compagni di viaggio che hanno dormito da queste parti. Poi di nuovo in macchina, la jeep di Hassan, alla scoperta dell’isola. Attraversiamo villaggi lungo la strada, sorpassando biciclette, carretti trainati a mano o da buoi, camioncini che fungono da taxi, stracolmi di passeggeri. Il paesaggio è completamente diverso dal resto dell’Africa che abbiamo visto sinora: alla boscaglia e alla savana si è sostituita una fitta vegetazione di banani e palme, queste ultime alte anche venti metri e più. Facciamo ancora una deviazione sulla costa: davanti agli occhi si apre una baia mozzafiato. Sabbia bianchissima e finissima, acqua cristallina, in lontananza le onde si infrangono sulla barriera corallina, si chiama appunto White sands. Raccolgo conchiglie che la bassa marea ha lasciato sulla sabbia e pezzi di corallo bianchi e rosa. Il colore e la trasparenza del mare invitano ad un bagno, anche se l’acqua è bassissima e ci sono i ricci in agguato. Un gruppo di ragazzini esce dall’acqua e si ferma a sistemare il pesce, catturato con fiocine rudimentali, ricavate da pezzi di legno e gomma. Indossano dei pantaloncini scoloriti e non parlano altro che swahili. La loro vita probabilmente scorre fra le incombenze quotidiane, qualche partita a pallone, la pesca e forse la scuola. Qui dove non arriva l’elettricità, questi ragazzi crescono senza TV, computer e Internet, senza motorini e videogiochi, senza CD musicali e vestiti firmati. Lunghe giornate, dove il tempo non va ritagliato, ma va fatto passare in qualche modo, dove forse non c’è distinzione tra il lavoro, la scuola e il tempo libero, dove la giornata segue i ritmi della natura, ci si sveglia con la luce del sole che filtra dalla finestra delle capanne e si va a dormire dopo il tramonto, perché non c’è altro da fare al buio. Anche il mio corpo e il mio animo si stanno abituando a questi ritmi. Assaporo ogni cosa con calma, Come farò a incanalarmi di nuovo nella routine del “lavoro-tempo libero-lavori casalinghi-traffico-burocrazia-tecnologia”? Boh, comunque ci sono sempre riuscito dopo ogni viaggio… A pranzo decidiamo di provare il cibo del mercato, i cui odori si spandono nell’aria saturandola. Per pochi scellini tanzaniani, mangiamo pane, patate, spiedini di carne e pesce: qualità e prezzo decisamente migliori del pranzo di ieri. Poi, per concludere degnamente la giornata, nel tardo pomeriggio, prendiamo un gelato in cima all’hotel Africa da cui si vede un tramonto da favola. Un sapore estivo da spiaggia sicula a coronamento di una giornata fantastica. X raggiungere la strada principale che ci porterà al lato est dell’isola, dobbiamo prima attraversare un dedalo di viuzze strettissime e affollate di gente, bambini che giocano, banchetti di souvenir, biciclette e asinelli che trainano carretti. Con il rumore assordante del gippone ed il suono del clacson ci facciamo strada tra la gente che ci guarda fra il divertito e lo stupito, ormai abituati a vedere turisti. Per fortuna la strada di oggi non è molto dissestata e quindi ci godiamo di più il tragitto. Passiamo ancora tra villaggi e splendidi palmeti, x poi arrivare direttamente sulla spiaggia, accedendo dai villaggi-vacanza molto “in”, ben curati come quello del Ventaglio, dove passiamo però quasi x caso dato che ero molto più interessato alla spiaggia accanto, quella dell’hotel Sultan Palace, un lussuosissimo albergo di proprietà dell’italiano Roberto Merlo, che conobbi a Lampedusa nell’altro suo hotel “il Gattopardo”! Merlo non è a Zanzibar in questi giorni, ma una telefonata del suo socio tedesco allo stesso Roberto ci permette di visitare un hotel da mille e una notte. Riuscendo, ci dedichiamo alla raccolta di conchiglie, grandi, colorate, tantissime; dopo il pranzo andiamo su una delle spiagge più belle della parte est, Uroha. X l’effetto della bassa marea, l’acqua si è ritirata e la spiaggia, di sabbia fine e compatta, si estende per centinaia di metri. L’acqua, sempre cristallina, è bassa e anche dopo decine di metri dalla riva, non supera mai l’altezza delle nostre cosce. Sui fondali scorgiamo conchiglie, enormi ricci e stelle marine e davanti a noi, quasi a coincidere con la linea dell’orizzonte la barriera corallina, con le onde di schiuma bianca. Sembra un paradiso. Ci sono solo altre 6 persone sulla spiaggia e un gruppo di venditori di conchiglie e chincaglierie. Le barche dei pescatori sono già rientrate e ora giacciono immobili con i loro bilancieri sulla riva. Qualche granchio bianco cammina diagonalmente x rifugiarsi nella sua tana nella sabbia, spaventato dalla nostra presenza, con uno ingaggiamo una furiosa battaglia con un ramoscello. Lungo la strada c’è tantissima gente: alcune persone sono sedute lungo il ciglio, come se aspettassero un mezzo di trasporto qualunque, altre camminano, cariche di pacchi, borse e zaini, nella nostra stessa direzione. Sono le 6 e le scuole devono aver chiuso poiché nelle strade si riversa una lunga processione di studenti, i bambini con i pantaloni blu e le camicie bianche, le bambine con le gonne blu e le camicie e il chador bianchi. Il loro velo bianco é una costrizione ai miei occhi, ma loro portano (o sopportano?) con naturalezza così come l’attraversamento dei colobi, le scimmiette locali riprodotte in un cartello triangolare rosso dal chiaro significato di “attenzione, passaggio colobi” che fa il paio con quelli di “attenzione, passaggio elefanti” che ho visto sulla strada x Dar El Salaam. Va bene che ho visto quelli col disegno del canguro in Australia, ormai dovrei essere abituato a qualunque animale, ma anche se in Italia canguri ed elefanti non li vedremo mai x strada, almeno sappiamo cosa sono, stì colobi rossi invece sono una sorpresa! Ci lasciamo alle spalle i villaggi x rientrare nel caos della città: strade polverose e piene di buche, camioncini e taxi che sputano nell’aria vapori nerastri, biciclette che sfrecciano ovunque e odori di mercato e spazzatura che saturano l’aria. Di nuovo la sveglia con il canto dei Muezzin: chissà se i musulmani dopo un po’ ci fanno l’abitudine e se, non avendo intenzione di pregare all’alba, rimangono a letto a dormire?! Come disse qualcuno in famiglia una volta equivocando ingenuamente sul nome simile: “ma stì mujaheddin pregano sempre?!” ( buon x lui che non l’ha detto sul posto, se ne fosse saltato fuori uno non sarebbe tornato a raccontarci l’incontro con un estremista islamico!) Sistemiamo i bagagli e facciamo un giro x la “Città di pietra”, x scattare qualche foto e comprare gli ultimi souvenir. Fa caldo e la stanchezza accumulata negli ultimi due giorni ci fa procedere pigramente fra le viuzze animate di gente. Caricati i bagagli su uno dei furgoni, andiamo al porto per prendere il traghetto che ci riporterà a Dar El Salaam. Il mare è molto agitato e presto mi accorgo che Adriana sta soffrendo il mal di mare. Nello stesso bel campeggio proprio sulla spiaggia di Dar El Salaam dove eravamo arrivati anche prima di andare a Zanzibar inizialmente la sveglia era prevista alle 3.30, poi Tosca, viste le nostre facce stravolte dopo la traversata da Zanzibar, l’ha posticipata alle 4.30, con solita partenza alle 6, quando è ancora buio e uno spicchio di luna fa un briciolo di luce appena. Ci aspettano 700 chilometri di viaggio, la maggior parte dei quali li trascorriamo dormendo. Il paesaggio è mutato ancora una volta: la vegetazione è rigogliosa e lussureggiante e le palme si alternano ai sempreverde e ai baobab. Il Kilimangiaro invece è una gran delusione: a causa della coltre di nuvole che lo avvolge, non riusciamo a vederlo, solo una foto in lontananza quando ormai eravamo al campo di Arusha e non sotto i piedi del cratere (ma cosa ci facevano quelle nuvole in una giornata così bella?!) Arriviamo al campo piuttosto presto e quindi abbiamo tutto il tempo di montare le tende, fare una bella doccia calda, sistemare i bagagli. Questo campo, che presenta enormi coccodrilli sottorete e serpenti mortali sottovetro, è molto più bello di quello che abbiamo lasciato e soprattutto c’è la possibilità di piantare le tende sull’erba, invece che sulla sabbia o sulla terra come accade ormai da una decina di giorni (o forse più?). Sembra di condurre questa vita di campeggiatore itinerante da sempre, tanto siamo abituati alla routine del montaggio e smontaggio della tenda, del caricare e scaricare i bagagli, dei turni per lavare i piatti e cucinare, dei bagni in comune e dei sacchi a pelo. Sento che tutto questo mi mancherà, anche se devo ammettere che a volte (ma molto meno spesso di quanto pensassi prima di partire) sento l’esigenza di maggiore igiene soprattutto x i sensi di colpa che ogni tanto provo x Adriana, la quale non si capisce se x amore del sottoscritto o x passione x i luoghi che sta vedendo, sembra divertirsi molto più di me! Si e no 4 ore di sonno e tanta stanchezza. Nonostante ci siamo svegliati alle 5, le jeep sono venute a prenderci solo alle 8. Quattro-cinque persone su ogni Land Rover Defender, alla volta di Ngorongoro, l’immenso cratere con al centro un lago salato, in cui vivono numerosi animali. Abbiamo caricato l’equipaggiamento da campeggio e i bagagli sulle jeep, lasciando Tosca e Fort (l’autista) al campo, che ci hanno affidato a quattro autisti e due cuochi. Lasciata la città di Arusha, piuttosto caotica, abbandoniamo la strada asfaltata e percorriamo 3 ore buone di strada sterrata. La polvere rossa entra nell’auto anche attraverso i finestrini o le porte chiuse e si deposita sulla nostra pelle, sui nostri vestiti e sui nostri zaini. Mastico terriccio mentre tento di mantenere puliti gli occhiali da sole e la macchina fotografica con scarso successo. Facciamo più di una sosta presso luoghi di ristoro dall’aria troppo turistica x risultare interessanti; di notevole interesse invece sono il paesaggio (savana pura fino a una foresta rigogliosissima quando arriviamo nei pressi del cratere) Anche qui ho la sensazione che gli anacronistici siamo noi, con le nostre automobili che alzano nuvoloni di polvere e le nostre macchine fotografiche che scattano a raffica. Arriviamo al cratere di Ngorongoro. La vista è stupenda. Si intravedono in lontananza, nell’enorme vallata, mandrie di bufali, piccole macchie scure che colorano la terra beige. Al centro una macchia azzurra intensa, quella del lago, su cui vedremo posati dei bellissimi fenicotteri rosa, rosa confetto. La vegetazione intorno al cratere è folta e rigogliosa. Scendiamo lungo la strada sterrata, x ben 600 metri circa, fino alla vallata e lo spettacolo ha inizio: facoceri, sciacalli, elefanti, avvoltoi, zebre, leoni, gazzelle di Grant, ippopotami, bufali, gazzelle di Thomson, alcefali e i fantastici rinoceronti. A branchi, singoli, che mangiano, che bevono, e tutti molto vicini all'auto dove siamo appostati, in piedi (grazie al tetto apribile), salvo i rinoceronti che sono molto lontani e nascosti dall’erba alta. Ma è stata una fortuna già vederne ben tre, considerando che ce ne sono solo 36 in quest’area. È un’emozione fortissima trovarsi qui, proprio a Ngorongoro, ho un groppo in gola quando con il fuoristrada scendiamo nella vallata. Quello che finora avevo sognato o visto nei libri e nei documentari lo sto attraversando di persona: sono a Ngorongoro! Non mi sembra vero! Continuiamo a tenere gli occhi ben aperti x cogliere il minimo movimento tra la savana, vigili e tesi, respirando una quantità incredibile di polvere. Torniamo al campo euforici e impolverati. Il nome del campo è Simba ed in realtà è un terreno con qualche tenda e dei bagni alla turca sporchi, puzzolenti e senza acqua né x scaricare né x lavarsi. E poi fa freddissimo! È umido, tira vento, il cielo è nuvoloso, dei brutti uccellacci neri e gracchianti (corvi e avvoltoi) volano sopra le nostre teste, pronti ad agguantarci il cibo se non lo teniamo ben nascosto. È quello che è successo a un turista durante il pranzo. La cena è buonissima: zuppa calda di carote, riso, pollo al sugo con le verdure e tè caldo. Sono solo le 8 quando siamo già in tenda, dopo esserci lavati i denti con l’acqua della borraccia e i piedi con le salviette umidificate. Scrivo qualche riga di diario, ma le mani si gelano e Adriana vuole dormire, x cui spengo la torcia e ci chiudiamo nei nostri caldi sacchi a pelo. Ci svegliamo con calma, dopo aver dormito x ben 10 ore. Non si vede nulla: è buio e c’è nebbia, una nebbia fitta che copre tutto il campo e ci gocciola addosso. Fa ancora freddo e dopo la colazione smontare le tende fradice mette a dura prova la nostra pazienza di campeggiatori no-limits: fango ovunque, sulle mani, sulle scarpe, sui vestiti. Ma questa è l’Africa e con un paio di risate ci diamo da fare x caricare le auto con i nostri bagagli, mentre i due ragazzi del rispettivo turno in cucina riescono a lavare le stoviglie della colazione con una sola bacinella d’acqua! Dopo la visita al museo ci fermiamo per il pranzo al centro visitatori del Parco Serengeti, dopo una foto di rito sotto il cartello d’entrata del parco. Mangiamo insalata di patate, uova sode e cocomero, circondati da bellissimi uccelli colorati: sono gli storni superbi, e superbi è proprio l’aggettivo giusto. Le ali sono verdi, le spalle azzurre, il petto rosso con una striscia bianca e il volto nero: un arcobaleno lucente con le ali. Sopra di noi volteggiano invece degli splendidi marabù, enormi uccelli della famiglia delle cicogne. Dal punto panoramico del centro si gode di una vista stupenda su tutta la piana del Serengeti. Un’infinita distesa di erba gialla, punzecchiata di acacie e altre piante spinose e dalle kopji, formazioni rocciose su cui amano rifugiarsi leoni e leopardi. Subito dopo pranzo ci dirigiamo verso il campo (Pimbi Campsite), molto meglio di quello di Ngorongoro. Lungo la strada vediamo delle stupende giraffe: si muovono lentamente, ondeggiando il lungo collo, oppure stanno immobili presso un albero, allungando la lingua x strappare foglie d’acacia. Sono imponenti ed eleganti allo stesso tempo. Arrivati al campo, montiamo le tende: 10 in appena 20 metri quadrati. Ci hanno detto che iene e leoni si aggirano nel campo di notte e quindi è meglio mettere le tende tutte vicine e soprattutto evitare di uscire dalla tenda quando è buio x evitare spiacevoli incontri. Le tende sono inzuppate dell’acqua presa con l’umidità in cima a Ngorongoro, ma qui a Serengeti fa caldo e dopo appena mezz’ora sono asciutte. Con tutta calma, dal camion avevamo ammirato il pomeriggio, qui la strada ci permette di usare il nostro stesso camion, che ci riserva meravigliose sorprese. Oltre alle zebre, le manguste, i babbuini, i bufali, i bushbuck e tanti altri tipi di gazzelle, nel giallo dell’erba scorgiamo due leonesse placidamente adagiate e sonnecchianti, e poi su un ramo di un albero spoglio un bellissimo leopardo, anche lui pigramente adagiato, apparentemente indisturbato dalla nostra presenza. Sembra incredibile di stare a pochi metri da questi animali, di poterli vedere muoversi, stiracchiarsi, leccarsi, grattarsi. Scatto foto in gran quantità sperando che poi, il rivederli ritratti sulla pellicola, rievochi le stesse emozioni suscitate dal vivo. Un gruppo di elefanti attraversa la strada proprio davanti alla nostra jeep e poi si ferma a mangiare. Nel gruppo c’è un esemplare enorme, una femmina, che barrisce infastidita dalla nostra presenza. Ci sono anche due piccoli, avranno tre/quattro mesi, che stanno attaccati alla mamma e che mangiano strappando le foglie con la loro minuscola proboscide. Dopo il loro passaggio, gli elefanti lasciano un terreno devastato di piante sradicate, rami rotti e strappati, terra calpestata ed escrementi enormi e puzzolenti. Immagino cosa possa combinare un branco di un centinaio di esemplari. Non ci sono verdure da tagliare o piatti da lavare, perché Tosca e Fort che ci accompagnano si occupano di tutto e fa uno strano effetto trovarsi in un posto così primitivo e privo di comodità e allo stesso tempo essere serviti. Le guide, Tosca x la logistica e Fort x il volante, sono molto gentili, si fermano quando vogliamo x farci scattare foto, puliscono le jeep dalla polvere e dal fango, mentre invece caricano e scaricano i bagagli i due nostri compagni di viaggio più forzuti, che in cambio non effettuano nessun turno in cucina, ma ci sarebbe il più forzuto di tutti, l’australiano Ben che invece preferisce aiutare facendo praticamente tutto il resto compreso dare una mano a cucinare ogni giorno! La sua compagna di viaggio è Diana, insieme proseguiranno pure x l’Uganda sempre via terra, dopo il Kenia! E pensare che vengono da Città del Capo allo Zimbabwe già via terra mentre noi abbiamo saltato Namibia e Botswana. A tutti noi altri resta solo il compito di montare e smontare le tende e di dare una mano per il resto, se vogliamo, oltre al turno fisso in cucina che essendo in 23 persone x 23 giorni di viaggio ci tocca esattamente una sola volta. Dopo l’ottima cena sotto un cielo stellato, tante risate tra stesure di diari, barzellette e lezioni di inglese e italiano reciproche….ogni inglese parla il suo come al solito ( dei 24 compagni di viaggio 16 sono inglesi e solo due di Londra, gli altri sono da ogni angolo degli UK e spesso pure tra di loro devono chiedere “cosa?” ). Poi ci viene detto di non andare al bagno per paura delle iene e dei leoni. E’stato l’unico turno mio e di Adriana x pulire piatti, pentole e posate e tutti presi dal non lasciare cibo in tenda abbiamo dimenticato il bidone collettivo accanto al camion a pochi m. dalle tende ( visto che tutte le altre sere lo lasciavamo tranquillamente fuori ): l’indomani mattina un robusto bidone in plastica ed il suo contenuto viene trovato sventrato a 100 m. di lontananza! Qualcuno ha sentito strani fruscii, passi e ululati nelle tende più vicine al bidone (non la nostra x fortuna!) e le orme che troveremo l’indomani non faranno altro che confermare che qualche animale selvaggio ha fatto visita al nostro campo nottetempo. Rimettiamo in un silenzio di tomba quel che resta del bidone nel camion x i nostri spuntini volanti di frutta o biscotti mentre siamo in viaggio. Sveglia alle 6.00, poi colazione, e poi di nuovo un game drive, percorrendo una parte diversa del Serengeti (il parco è grande quanto tutta l’Austria). E oggi non ci sono solo gazzelle, zebre, elefanti, giraffe, facoceri, faraone mitrate, ippopotami e bufali, in gruppi, ma anche leoni in particolare subito alla ripartenza ne vediamo uno enorme che doveva essere quello dei resti del bidone! In lontananza, cammina un’altra leonessa con il suo piccolo, probabilmente la stessa che vedremo dopo poco appollaiata su una roccia. Lei sonnecchia, mentre il piccolo (grande quanto un gatto di grosse dimensioni) muove la testolina curioso e vispo. Siamo a tre-quattro metri, ma non c’è da aver paura, anzi, viene quasi voglia di scendere dal camion (azione proibitissima) per accarezzare questi enormi gattoni. Poco dopo, quando l’aria comincia a scaldarsi e l’orizzonte diventa una fascia ondulata e sfocata, avvistiamo ancora un leone maschio. Anche lui è sdraiato pigramente sotto l’ombra dell’unico albero nel raggio di molti metri. Ha la criniera piuttosto folta, il muso decisamente più grosso degli esemplari femmine. Non si concede molto agli obiettivi delle nostre macchine fotografiche; alza la testa, si guarda intorno, ma niente più, e la cosa va avanti x buoni venti minuti fino a quando ce ne andiamo in cerca di altri animali. E non veniamo delusi. Sotto l’ombra di un altro albero, in una radura gialla i cui confini si perdono all’orizzonte, scorgiamo un ghepardo (cheetah), seduto nella classica posa felina che è tipica della sua specie: zampe posteriori piegate sotto il corpo dritto e zampe anteriori tese. Anche qui passano lunghissimi minuti prima di vederlo muoversi, ma la nostra pazienza questa volta viene premiata. Il ghepardo si drizza improvvisamente su tutte e quattro le zampe e punta qualcosa verso destra, direzione in cui i nostri occhi non riescono a vedere nulla. Dietro di lui tre gazzelle di Thomson passeggiano tranquillamente, apparentemente inosservate dal ghepardo. Il felino comincia a camminare e pian piano il passo si fa più veloce, poi uno scatto improvviso, una corsa fatta di pochi rapidissimi balzi. Ed ecco la preda spuntare improvvisamente dall’erba fitta. È un piccolo di gazzella di Thomson, che tenta la fuga scartando verso sinistra, ma invano. Con un altro balzo calcolato a misura, il ghepardo afferra il collo dell’animale e lo stende a terra. Rimane in questa posizione a lungo, fino a quando la gazzella non dà più segni di vita. Poi lascia la presa e alza il muso, guardandosi attorno con circospezione, a quel punto troppo coperto dall’erba x vedere cosa combina dopo. Poco distante, un ippopotamo giace seduto sull’erba, immobile al punto che sembra morto, anche se l’autista dice che è vivo. E per dimostrarcelo accenna a muovere il camion in direzione dell’animale, che subito si alza sulle zampe e gira il testone sospettoso verso di noi. E così rimane fino a che non ce ne andiamo. Ma l’incontro più emozionante è quello con una giraffa. Altissima, sta mangiando proprio a fianco alla strada e quando arriviamo, spaventata, scappa via tagliandoci la strada. È uno spettacolo mozzafiato vedere cinque metri di pelame maculato muoversi fluttuando, ondeggiando, quasi come se l’immagine fosse ripresa al rallentatore o si trattasse di un effetto digitale cinematografico. Una scena che mi rimarrà impressa a lungo, forse più della scena di caccia di questa mattina. Il nostro game drive prosegue tra tonnellate di polvere e un leopardo mancato: sull’albero dal quale è sceso per nascondersi nella boscaglia è rimasto solo qualche brandello della sua preda, probabilmente una gazzella.

KENIA
Questa volta si parte senza dover smontare le tende prima della colazione e caricare tutto l’equipaggiamento sul furgone. Ci sono solo i bagagli e tanti souvenir (noi nessuno, almeno di queste dimensioni!) incartati con carta beige tenuta stretta da fili di gomma ricavati dai copertoni delle ruote. Lungo la strada gli animali si mostrano ancora ai nostri sguardi: zebre e giraffe camminano nella savana anche dopo il confine con il Kenya, dove il paesaggio cambia di nuovo, facendosi più arido. E i villaggi e la savana lasciano il posto a casette in muratura, negozietti che vendono di tutto; la vita è più animata, si incrociano più auto e camion, al camping c’è la televisione(!!) e la nutella(!!!). Ci fermiamo x il pranzo in un punto in cui di nuovo sono sparite case e villaggi. Non appena montiamo il tavolo e cominciamo a tagliare la solita quantità mostruosa di verdure, ci troviamo circondati da bambini che accorrono da ogni dove, come le mosche attirate dal cibo. E come al solito, finito di mangiare, distribuiamo i resti. Questa volta mi incarico personalmente di dare il cibo ai bambini, soprattutto perché mi ha infastidito una frase di una compagna di viaggio: “Sì, date loro il cibo, ma fatelo lontano da qui perché non voglio vedere la solita scena di assalto. Sono come animali.” Sono solo affamati, o forse desiderosi di mangiare qualcosa di diverso dal solito pappone di mais. O forse sono solo curiosi e desiderosi di stabilire un contatto con noi. La prima tappa è in un villaggio masai. Pagando 6 dollari e mezzo a testa possiamo entrare nel recinto di capanne e assistere ad una danza tipica. Si tratta ovviamente di una messa in scena per noi, ma è comunque l’unico modo x vedere da vicino questo popolo. Uno di loro ci fa entrare nella sua capanna, costruita con sterco di capra, che i masai allevano come loro principale attività. L’interno è molto buio, dopo uno stretto e basso corridoio (ma come fanno a camminarci, loro che sono così alti?) arriviamo in un ingresso in cui c’è un fuoco con una pentola in cui bolle il porridge. Intorno si aprono delle piccole stanze in cui trovano spazio solo dei letti, o meglio delle pelli di capra conciate, piuttosto rigide, posate su un basamento di fango. Il ragazzo ha 23 anni, si sposerà intorno ai 29 con una ragazza che ancora non conosce e che suo padre sceglierà per lui in un altro villaggio. Ogni uomo ha diverse mogli ed un numero imprecisato di figli e di vacche di proprietà. Tutti gli uomini e le donne indossano dei panni di lana e tanti monili di perline alle caviglie, ai polsi, al collo, alle orecchie e sul capo. Sono piuttosto cordiali, ma anche molto scaltri e alcuni di loro parlano anche inglese. Il centro del villaggio è occupato da un recinto in cui sono custoditi capre e asini; intorno alla staccionata ci sono le capanne, molto più simili a grotte. Un piccolo mercatino è inoltre allestito appositamente x i turisti: ci sono monili con perline e conchiglie, zucche decorate, scudi, bastoni. Uno scudo in pelle dipinto mi sembra l’oggetto più caratteristico di questo popolo, diviso tra la sua cultura e quella occidentale, ma come al solito non compro niente avendo già comprato in un bazar x strada diverse riproduzioni di animali e dei bellissimi portacenere x i parenti fumatori. Lungo la strada incrociamo molti altri masai, che conducono il loro bestiame, coperti con i panni rossi e che indossano sandali ricavati dai copertoni. Due di loro sono vestiti di nero ed hanno la faccia dipinta di bianco. Si tratta di adolescenti che hanno appena passato il rito dell’iniziazione e della circoncisione. Sono stati tre mesi nel bush e altrettanto a lungo si vestiranno in questo modo prima di essere considerati definitivamente degli adulti. Riesco a farli mettere in fila, spiegandomi a gesti, dato che non parlano inglese. Per lo più sono pastorelli, hanno abbandonato le loro capre che conducono al pascolo con il bastone. Sono masai, anche se non indossano i vestiti tradizionali e non hanno i lobi delle orecchie forati. Nei loro occhi non vedo la fame dei bambini dello Zambia e del Malawi, ma pur sempre la stessa povertà e un futuro incerto, a cavallo tra la loro cultura e la civiltà occidentale, un futuro che sembra non aver previsto la loro presenza. Il lago Naivasha ci riallaccia alla natura più semplice, giro in una piccola barca nel bel lago e passeggiatona lungo un sentiero, nei pressi c’è la casa dove vissero George e Jay Adamson, inglesi famosi nel mondo x la loro vita africana riportata su cinema e libri. La loro casa è un atto d’amore x l’Africa. Le ultime strade sono pietose ma, quasi con un’intera giornata di viaggio, arriviamo a Nairobi proprio alle 5 del pomeriggio come previsto. Incontro perfetto con la cugina americana Tiana che lavora x le Nazioni Unite a Khartoum in Sudan ed è venuta in Kenia a salutarci. Infiliamo l’ultimo cambio rimasto di abiti puliti e andiamo in aeroporto da dove noi partiremo x Mauritius e lei ad…Amsterdam x un cambio che la porterà in… Islanda( x altro lavoro) e da dove tornerà in USA ( ormai è una mezza africana questa italoamericana laureata in lingua e letteratura araba che ha passato tanti anni in Africa ). Nairobi è una città caotica, sporca, con strade trafficate, ma anche con i primi negozi veri: cartolerie, librerie, negozi di computer, dischi, arredamento, internet-café. Ma allo stesso tempo, fuori dei grandi centri commerciali, lungo i marciapiedi ci sono tanti venditori ambulanti di frutta e verdura, lustrascarpe, mendicanti quasi tutti storpi a causa della poliomielite. Uomini d’affari in giacca e cravatta passeggiano a fianco di bambini vestiti di stracci. Ecco l’Africa della miseria, dell’ennesima contraddizione. Non potrei vivere in questo continente, né in una grande città come Nairobi né in un misero piccolo villaggio. Non potrei sopportare di vivere quotidianamente a contatto con tanta miseria e povertà. Diventerei una persona cinica o, all’opposto, un missionario. Devo dimenticare la tristezza della partenza. Avevo le lacrime agli occhi quando abbiamo salutato i nostri amici. Si è stabilito un buon feeling tra noi. Condividere un mese intenso di emozioni “africane” ha fatto nascere una solida amicizia, che spero duri a lungo. Mai prima d’ora mi ero sentito così triste alla fine di un viaggio, ed il bello che stavo x prendere un aereo x cominciarne un altro, ma più tradizionalmente di nozze. Nonostante siamo via da casa da un mese quasi, non ho nessuna voglia di tornare (neanche al secondo mese della seconda parte del mio viaggio che deve ancora cominciare) alla mia vita di sempre e neanche la prospettiva di un letto e un bagno pulito riescono a farmi desiderare in qualche modo di tornare a casa. A questo si aggiunge la tristezza di lasciare questi compagni di viaggio più duraturi di qualunque mio precedente contatto fatto al massimo di una o due settimane. Mi sembra di non potermi più sedere alla scrivania a lavorare di fronte al mio computer, né di poter andare al cinema, guidare l’auto, guardare la televisione, insomma compiere tutte quelle azioni che fino ad ora hanno fatto parte della mia vita. Davanti ai miei occhi corrono immagini vive, pregne di emozioni: la giraffa che ondeggia sinuosa ed elegante davanti alla nostra jeep; i bambini che si leccano avidamente le dita su cui sono rimasti rimasugli di cibo avanzato dai nostri pasti lungo la strada; il piacere di un rivolo d’acqua gelata in uno stanzino buio che lava via la polvere dal mio corpo e che gli africani chiamano doccia; la terra rossa che mangia i bordi della strada d’asfalto, si alza in piccoli cicloni, si posa sui nostri abiti, sulla nostra pelle, sotto le unghie, sulle nostre macchine fotografiche, si infila in bocca tra i denti e fino alla gola; migliaia di km di un viaggio indimenticabile, “macinati” a bordo del nostro furgone tra paesaggi stupendi; le mani leste dei cuochi di Ngorongoro nell’armeggiare con le pentole su un mucchio di cenere o lavare i piatti di venti persone con una sola bacinella d’acqua e tutto sommato con un buon risultato di pulizia l’unica volta che Tosca e Fort non ci hanno seguiti; il modo in cui questa gente tiene il cibo fra le mani, toccandolo con tutte le dita, senza paura di sporcarsele come noi, che lo sfioriamo appena con i nostri polpastrelli. L’Africa mi è entrata dentro...

 
           
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